Mc Ewan e la responsabilità dello scrittore

La riflessione sui confini tra militanza politica e libertà creativa, nel confronto tra George Orwell e Henry Miller, e la speciale, intoccabile autonomia dell’attività letteraria

Quali dovrebbero essere i confini tra militanza politica e libertà creativa? Per rispondere a questa tipica domanda novecentesca, o forse meglio con l’intenzione di continuare a rifletterci sopra, Ian Mc Ewan in Lo spazio dell’immaginazione (Einaudi, traduzione di Susanna Basso, pp. 45, 12 euro), ricomincia dalla più classica delle contrapposizioni: quella fra George Orwell e Henry Miller i quali, incrociandosi a Parigi il 23 dicembre 1936, parvero incarnare due posizioni antitetiche. Il primo, fervente antifascista, in procinto di partire per la Spagna, si stava arruolando nelle truppe contro la dittatura franchista. Il secondo, dodici anni più vecchio, non ci pensava proprio; quel gesto, a suo giudizio, assomigliava a una semplice sciocchezza. Ma forse i due uomini non erano poi così distanti come sembravano.

È vero infatti che Orwell, grazie a Omaggio alla Catalogna, La fattoria degli animali e 1984, resta l’autore che più di ogni altro ha messo in mostra i rischi delle società totalitarie, tuttavia sempre lui volle sottolineare nei singolari e suggestivi testi critici compresi in Nel ventre della balena l’irrinunciabile dimensione solitaria di chi scrive. Quasi a proteggere il giovane combattente in partenza verso il fronte dall’eccessiva esaltazione partecipativa lo scrittore più anziano e disincantato, teso semmai a salvare la pelle, gli regalò, guarda caso, una giacca di velluto a coste che mostrava ancora tracce di grasso di balena sui risvolti. Sarebbe stato quello il suo contributo alla causa. Del resto chi potrebbe negare oggi ai libri di Henry Miller, dai Tropici al Big Sur, una valenza profondamente sociale? Questi capolavori contribuirono a cambiare l’esistenza di molte persone orientandole verso inedite prospettive, modi alternativi di stare nel consorzio umano.

Allora a cosa è interessato Ian Mc Ewan che sin dal titolo del suo saggio rivendica la speciale, intoccabile, autonomia dell’attività letteraria, consapevole che «i forti ideali possono rovinare un’opera di finzione»? Egli vuole farci intendere quale sia la vera responsabilità dello scrittore rilanciando alla nostra attenzione i punti nodali espressi dai grandi maestri. «Cercate di cogliere il colore della vita», raccomandava Henry James. Così confermava Albert Camus: «L’arte vive solo dei vincoli che si impone da sé». In sostanza conta ciò che resta sulla pagina. L’ineludibilità della sua forma sempre corrispondente – nelle opere migliori – al destino dello scrittore. Il che non significa negare la possibilità del romanzo politico. Oltre a quelli di Orwell, vengono citati Il mondo nuovo di Aldous Huxley e, con mossa intrigante e azzeccata, La giornata di uno scrutatore di Italo Calvino. Possiamo e dobbiamo combattere per la giustizia senza mai dimenticare, conclude Ian Mc Ewan citando un haiku del grande poeta giapponese Matsuo Bash , il tuffo della rana nello stagno.

7 marzo 2023