Migranti: le “seconde generazioni” e il cammino della Chiesa verso l’unità

L’incontro dei ragazzi nati in Italia da genitori stranieri con il vescovo Ambarus, nell’ambito del cammino sinodale. La richiesta: «Più coerenza, per essere davvero fratelli tutti»

Nati in Italia o arrivati nel nostro Paese in tenera età. Residenti a Roma, hanno un marcato accento romano. Qui studiano o hanno completato gli studi o lavorano. Ma per le loro origini indiane, rumene, africane, albanesi, la società li considera ancora “gli stranieri”. Sono i giovani “delle seconde generazioni”, ragazzi con background migratorio in Italia, nati nel Bel Paese da genitori stranieri. La loro cultura multipla più che una ricchezza rappresenta per tanti un ostacolo. Nello stesso tempo, avvertono un disagio nei confronti della famiglia per il loro desiderio di vivere la cultura italiana nella quale si riconoscono pienamente. Difficoltà emerse anche sabato 19 novembre durante un incontro organizzato nell’ambito del cammino sinodale diocesano da Pastorale giovanile di Roma, Caritas diocesana, Ufficio Migrantes, Azione cattolica, Scout e Scalabriniani. Realtà che confluiscono anche nella Consulta delle seconde generazioni, istituita dal vescovo Benoni Ambarus, delegato diocesano per i migranti, e presieduta da Fabrizio Battistelli, professore ordinario di sociologia al Dipartimento di scienze sociali ed economiche (DiSSE) della Sapienza.

Durante l’incontro tenutosi nel Pontificio Seminario Romano Maggiore i ragazzi hanno rivolto le loro richieste a Dio e alla Chiesa. Suggerimenti che «saranno la base sulla quale partire per una ricerca che avvieremo in tutta la città per affrontare il tema della multiculturalità – ha spiegato Ambarus -. Viviamo in una città multiculturale e sarebbe bello se non ci chiamassero cittadini di seconda generazione ma cittadini europei». Originario della Romania, il presule ha raccontato ai giovani che lui «in prima persona» ha vissuto «la fatica e il fascino della doppia appartenenza». Sa bene che «è complesso viverla a casa e fuori casa» ma li ha esortati ad avere pazienza e a non scoraggiarsi. «Scusate se a volte le persone non si rendono conto, non vi riconoscono, non vi accolgono» ha aggiunto. Di età compresa tra i 16 e i 25 anni, i giovani sono stati accolti da coetanei, anch’essi con background migratorio, animatori di varie realtà ecclesiali e associative. Presenti all’incontro anche Francesca Farruggia, segretario generale dell’Istituto di ricerche internazionali archivio disarmo (Iriad), e Maali Atila, vice presidente del Coordinamento nazionale nuove generazioni italiane (Conngi).

Il racconto evangelico della guarigione del cieco Bartimeo ha fatto da sfondo alle richieste dei giovani a Dio. In tanti vorrebbero chiedergli più forza e coraggio per affrontare le difficoltà quotidiane, la speranza in un futuro migliore, la capacità di superare le insicurezze e il perché della sofferenza. Partendo invece dalla storia biblica di Ruth e Noemi, hanno chiesto alla Chiesa di «mostrare la sua vera universalità. Non dobbiamo avere paura di essere stranieri ma avere la certezza di trovare ovunque una Chiesa accogliente». Hanno raccontato di episodi negativi di mancata integrazione, «situazioni dove era evidente il “voi” e non il “noi” che si vive nelle comunità di appartenenza». Vogliono «più coerenza e una Chiesa dove si sia davvero tutti fratelli». La ricerca che sarà elaborata dalla Consulta sarà poi presentata anche a livello ecclesiale per «capire che Chiesa vogliamo essere – ha concluso il vescovo -. Purtroppo può succedere che ci dicano di andare nelle “nostre” chiese, ma non esistono chiese “nostre”, la Chiesa è una».

A Roma «ci sono più di 150 comunità cattoliche di lingua non italiana, rappresentano una ricchezza enorme e hanno una rilevante presenza di giovani – ha affermato don Pietro Guerini, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale delle migrazioni -. Attraverso questi incontri vogliamo vivere un momento di Chiesa in cammino, dove la diversità diventa unità, dove si valorizza ciò che è diverso in funzione di un cammino comune. Nel nostro percorso diocesano è essenziale la conoscenza e l’ascolto delle loro esperienze, del loro vissuto di appartenenza multipla. Al di là di una progettualità futura e dei percorsi che si apriranno, è stato molto bello condividere questo tempo con i ragazzi».

21 novembre 2022