Migranti, Scalabriniani: «Il Mediterraneo non può continuare a essere un mare di morte»
I missionari intervengono dopo i naufragi delle ultime settimane, con 380 dispersi. «Quando queste vite restano senza memoria, perdiamo tutti qualcosa della nostra umanità»
Di speranza si continua a morire, nel Mediterraneo centrale. In modo silenzioso e invisibile. Nelle ultime settimane, denunciano i Missionari Scalabriniani, «diverse imbarcazioni partite dalle coste nordafricane della Tunisia non sono mai arrivate a destinazione. 380 persone risultano disperse in mare, senza che di molte di loro resti un nome, una storia, una notizia certa». Si tratta, sottolineano, di «morti senza necrologio», che non rientrano nei conteggi ufficiali e che «rischiano di scomparire anche dalla coscienza pubblica. Donne, uomini e bambini che hanno perso la vita lungo una delle rotte migratorie più pericolose al mondo, nel tentativo di raggiungere l’Europa». Nella speranza di una vita migliore.
I religiosi, presenti nei luoghi di partenza, transito e arrivo delle persone migranti, lo affermano con forza: «Non possiamo considerare queste morti come eventi inevitabili o accidentali. Esse sono il risultato di scelte politiche precise: la chiusura delle vie legali di accesso, l’esternalizzazione delle frontiere, l’indebolimento delle operazioni di ricerca e soccorso in mare». A chiarilo è il superiore regionale Europa-Africa padre Francesco Buttazzo. «Ogni persona morta nel Mediterraneo – afferma – aveva un nome, una storia, dei legami. Quando queste vite restano senza memoria, perdiamo tutti qualcosa della nostra umanità. Come Chiesa e come società non possiamo abituarci a un mare che diventa confine di morte invece che spazio di incontro.»
Nell’analisi degli Scalabriniani, la progressiva normalizzazione di queste tragedie produce un duplice effetto: da un lato mette a rischio la vita delle persone in movimento, dall’altro erode la responsabilità collettiva, «trasformando il Mediterraneo in uno spazio di morte e indifferenza». Fare memoria delle vittime allora «non è un gesto simbolico, ma un atto politico e umano. Significa riconoscere che ogni persona morta in mare aveva un progetto di vita, legami affettivi, diritti fondamentali. Significa anche interrogarsi sulle responsabilità dell’Europa e sulle politiche che continuano a rendere la migrazione un percorso mortale».
I religiosi rinnovano quindi «con forza» alcune urgenze «non più rimandabili». Anzitutto, «l’apertura di canali legali e sicuri di ingresso, per sottrarre le persone ai trafficanti e ai viaggi di approdo»; ma anche «una narrazione pubblica responsabile, che restituisca dignità alle persone migranti e alle vittime delle frontiere». Il Mediterraneo, rimarcano, «non può continuare a essere un luogo di morte. Ricordare le vittime significa scegliere, oggi, politiche che mettano al centro la vita, la dignità e il futuro delle persone».
5 febbraio 2026

