Minori non accompagnati, Rozera (Unicef): «Hanno un’urgenza lavorativa»

Il presidente di Unicef Italia chiarisce, in un incontro del Centro diocesano missionario, l’inadeguatezza degli interventi scolastici-formativi: «Devono ripagare il debito contratto dalla famiglia per farli arrivare qui»

Come ogni fenomeno, anche quello relativo alla migrazione dei minori non accompagnati, strettamente legato alla tratta, va conosciuto a fondo per poter essere affrontato in maniera efficace. Questo il monito lanciato dai relatori intervenuti all’incontro proposto dal Centro missionario e l’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma che si è tenuto sabato mattina, 20 gennaio, al Seminario romano maggiore. «L’immagine del migrante minorenne fornita dai media – ha spiegato Giovanni Giulio Valtolina, docente di piscologia dello sviluppo interculturale all’Università Cattolica di Milano – non corrisponde al reale indentikit di queste persone»: i giornali parlano di bambini mentre «solo lo 0,6% ha un’età compresa tra 0 e 6 anni e più del 70% è prossimo alla maggiore età».

Ancora, le strutture di accoglienza prevedono un intervento scolastico-formativo simile a quello garantito dai servizi sociali agli adolescenti italiani che versino in situazioni familiari critiche, «questi ragazzi, invece – ha chiosato Valtolina – provengono da Paesi dove il concetto di adolescenza non esiste: si considerano già adulti», anche in funzione dell’essere stati in grado di sopravvivere alla traversata. «Hanno un’urgenza lavorativa – ha detto Paolo Rozera, presidente di Unicef Italia -: devono ripagare il debito contratto dalla famiglia per farli arrivare qui»; chiedono risposte concrete e «quando non le trovano si rendono irreperibili finendo nel giro della prostituzione, del lavoro in nero o del traffico degli organi».

Oltre il 93% dei minori migranti non accompagnati entrati in Italia nel 2017 sono uomini; quanto alla lista delle loro provenienze, 8 su 10 sono Paesi africani, primo il Gambia. Provengono dalla Nigeria quasi il 90% delle ragazze «che arrivano affascinate dal sogno italiano – ha illustrato suor Eugenia Bonetti, già responsabile dell’Ufficio Tratta donne e minori dell’Unione Superiore Maggiori d’Italia – mentre trovano lo sfruttamento della prostituzione, una schiavitù a tutti gli effetti». La religiosa delle Missionarie della Consolata, che è anche la presidente della onlus Slaves no More, ha sottolineato come le giovani «vivano sulle nostre strade situazioni disgustose ed umilianti» quando invece in Africa «la donna è considerata il fulcro della famiglia: con una bella immagine dicono sia il palo centrale che sorregge l’intera capanna».

Madre Bonetti ha riferito dell’assistenza che con altre 60 consorelle, di 27 congregazioni e 28 Paesi, offre dal 2003 a donne immigrate senza permesso di soggiorno presso il Centro di identificazione di Ponte Galeria, a pochi chilometri dall’aeroporto di Fiumicino: «Come Maria ai piedi della croce non possiamo fare molto, ma ci siamo: condividiamo la sofferenza, donando un po’ di speranza». Ad oggi sono 6mila le donne riabilitate tramite rimpatri volontari assistiti o permanenza nelle case delle religiose e in questa direzione si intende proseguire: «Vogliamo sostenere la reintegrazione socio-lavorativa con progetti personalizzati, in Italia e nei Paesi di provenienza» ha concluso suor Eugenia che ha invitato a «non far passare inosservata la festa di santa Bakhita». La memoria liturgica della religiosa sudanese rapita e venduta a 7 anni ricorre l’8 febbraio; in questa data, dal 2015, si celebra la Giornata mondiale di preghiera e di riflessione contro la tratta degli esseri umani.

 

22 gennaio 2018