Modiano e la caducità dell’esistenza

L’investigazione di Jean Bosmans, il protagonista de “La strada per Chevreuse” (Einaudi), e la strenua resistenza stilistica dello scrittore, premio Nobel per la Letteratura nel 2014

Jean Bosmans, al centro del breve romanzo di Patrick Modiano La strada per Chevreuse (Einaudi, traduzione di Emanuelle Caillat, pp. 117, 16 euro), potrebbe assomigliare a Karl Rossman, lo stralunato adolescente di America, il primo capolavoro di Franz Kafka, oppure a Leonard Shelby, protagonista di Memento, il film più bello di Christopher Nolan: ossessionato come loro dal tentativo di comprendere quali possano essere i rapporti di causa-effetto fra un evento e l’altro, si trova sempre in bilico fra cronaca e allucinazione, senza riuscire a formare un mosaico convincente.

Due vecchie amiche, Camille, soprannominata Teschio, e Martine Hayward, lo conducono nella casa di Chevreuse, un posto pieno di reminiscenze dove quasi sicuramente lui è già stato da bambino, infatti durante il tragitto gli tornano in mente un aerodromo, un passaggio a livello, la chiesa in cui servì Messa; tuttavia questi ricordi non si compongono in un disegno compiuto e restano tali e quali a schizzi, abbozzi, congetture, proprio come le persone che poi incontrerà, spesso richiamate in vita grazie a una rete telefonica dismessa eppure ancora misteriosamente attiva: incredibile folla di antichi amici scomparsi, fra i quali spiccano Guy Vincent, o Roger, e Michel de Gama. Personaggi fantastici e reali al tempo stesso, fantasmi usciti dal letargo che tornano a chiedere udienza, forse allo scopo di ricattarci. Sembra un giallo ma non lo è. «Il tempo man mano aveva cancellato i vari periodi della sua vita, e nessuno era legato a quello successivo, tanto che la vita era stata un susseguirsi di rotture, valanghe e perfino amnesie».

I lettori più fedeli di Patrick Modiano riconosceranno subito in questo delirio lucido e inquietante, in stile Edgar Allan Poe, il tritume di tutte le case Usher, il timbro distintivo dello scrittore, premio Nobel per la Letteratura nel 2014, visceralmente legato a Parigi, luogo dell’anima, magica proiezione di ogni sogno, dove alla fine le sue creature finiscono sempre: «A volte un particolare ne richiamava alla memoria altri appiccicati al primo, come la corrente restituisce mucchi di alghe in decomposizione. E poi la topografia ti aiuta anche a risvegliare ricordi piú lontani. Adesso si vedeva con Teschio sullo stesso marciapiede dell’ufficio, in un caffè di Saint-Lazare, uno di quei caffè troppo vicini alla stazione perché i clienti abbiano il tempo di attardarsi».

L’investigazione di Jean Bosmans, per quanto circostanziata e minuziosa nelle citazioni stradali e nei continui richiami della memoria, non ha altro scopo che quello di farci riflettere sulla caducità dell’esistenza umana, a cui lo scrittore oppone soltanto l’intensità del proprio sentimento. Questa strenua resistenza stilistica è, in ultima analisi, ciò che davvero ci regala. «L’estate aveva cancellato tutti i mesi precedenti, come una foto esposta al sole che sbiadisce a poco a poco».