Nel monastero di Santa Cecilia, dove le monache conservano e creano bellezza

Vengono da lì i palli che il 29 giugno di ogni anno il Papa consegna agli arcivescovi metropoliti. Nella comunità, 10 suore tra i 40 e i 90 anni

«Siamo a una svolta epocale che provoca crisi profonde a tutti i livelli e in tutti gli ambienti. Le malattie sono tante: fisiche, morali e spirituali, molte legate agli squilibri della natura e della vita familiare e sociale», dice la madre badessa Maria Giovanna Valenziano. Parole che rompono la quiete e il silenzio del monastero delle Benedettine di Santa Cecilia e immergono nei vicoli, nelle strade sterrate, tortuose, accidentate del nostro tempo. Il monastero da oltre dodici secoli è un luogo di preghiera, silenzio e lavoro. Vengono da lì i palli, tessuti a mano, che il Papa il 29 giugno di ogni anno consegna agli arcivescovi metropoliti. Queste stole di lana sono il simbolo della pecora smarrita, cercata, salvata e posta sulle spalle dal Buon Pastore. Ma dai mali del nostro tempo si può guarire? «Siamo coscienti che, come in ogni momento di crisi, ci sono tante potenzialità di crescita. Lo Spirito Santo che soffia come e dove vuole porterà anche al nostro tempo le sue novità. La virtù teologale della Speranza è fondamentale per ogni cristiano», spiega la badessa.

telaio monastero santa ceciliaLa linfa vitale è la preghiera. «Penso che un cristiano non ne possa fare a meno». E lì, in monastero, da secoli le monache conservano e creano bellezza. Tra le tante attività, la lavorazione e decorazione della cera. Ci sono esemplari di statuine del Bambino Gesù e di altri soggetti databili dal 1500-1600 in poi. È presente anche un laboratorio di miniatura su carta, pelle e cera, che trae ispirazione dai fiori e dalle foglie del giardino. Il monastero è ricco di spazi verdi, orti e giardini. Qui è stata trovata anche una collezione di foglie pressate e incerate, che costituiscono un unicum sia dal punto di vista botanico che artistico. Alcune sono databili al XVI-XVII secolo. C’è anche un roseto con esemplari di rose europee generatrici delle varietà antiche occidentali.

Dal monastero di Santa Cecilia il traffico si percepisce appena eppure siamo al rione Trastevere, cuore della città e della movida notturna. Lì c’è un’officina sempre attiva, tra le ultime attività: la scuola di restauro inaugurata nel 2018. È presente anche una spezieria e una scuola di pittura botanica. Ma è anche un luogo dove sono in tanti a bussare. «Sono molte le richieste che arrivano e sono le più varie. Sono amici, studenti, poveri, pellegrini. La nostra Regola ci insegna (53,1): “Tutti gli ospiti che sopraggiungono siano accolti come Cristo”. Cerchiamo di dare una risposta per quanto possiamo. D’altra parte da ognuno degli ospiti c’è sempre qualcosa da imparare e una benedizione da ricevere».

In monastero vivono 10 monache. Hanno un’età compresa tra i 40 e i 90 anni. C’è anche una postulante e tre aspiranti. «Nel nostro monastero sono presenti anche monache e suore studentesse presso le università pontificie, inserite nella comunità per il periodo degli studi, e altre che frequentano la nostra scuola di Musica per la Liturgia “Cantantibus Organis“. Ospitiamo nella nostra foresteria interna giovani che intendono vivere in ambiente monastico un determinato tempo per esigenze di preghiera, riflessione, ricerca vocazionale», racconta la badessa Valenziano. Ma come capire quando Dio chiama? «La vocazione è un mistero di grazia percepibile alla luce dello Spirito Santo». Il monastero non è un luogo lontano dalla vita, ma anzi, un osservatorio attento. «Ci chiediamo spesso che cosa cerchi veramente l’umanità, quali sono le sue istanze più profonde. Con dolore vediamo che la perdita dei valori porta molti alla disperazione».

Come costruire un futuro più luminoso nella politica, nell’economia, nella società, e non ultimo, nelle relazioni umane? «Con l’ascolto, il dialogo, il rispetto delle diversità e l’accoglienza», spiega madre Maria Giovanna Valenziano. Le monache benedettine immaginano e sperano un futuro «in cui ci sia maggiore fraternità fra i popoli. Come dice san Gregorio Magno, riportando una riflessione di san Benedetto, possiamo vedere, nella Speranza, “tutto il mondo raccolto in un unico raggio di sole”».

2 ottobre 2019