Nel mondo oltre 500 milioni di bambini vivono in Paesi in guerra

I dati riferiti dalla direttrice generale Unicef Catherine Russell al Consiglio di sicurezza Onu. Dal 2005, verificati oltre 14mila attacchi contro scuole e 3mila casi di utilizzo militare di edifici scolastici

Nel mondo «più di 500 milioni di bambini – quasi uno su cinque a- vivono in Paesi in cui sono in corso guerre o altri conflitti violenti». Lo ha riferito la direttrice generale dell’Unicef Catherine Russell al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nell’ambito del meeting su “Istruzione sicura per prevenire il reclutamento e l’utilizzo di bambini nei conflitti armati”. Ogni anno, ha dichiarato, «decine di migliaia di bambini vengono uccisi o feriti nei conflitti armati, e questo numero è in aumento. Inoltre, molti bambini sono malnutriti a causa dei conflitti e non possono andare a scuola. L’istruzione dei bambini è sempre più sotto attacco diretto», ha aggiunto.

Dal 2005, quando il Consiglio di sicurezza ha adottato la Risoluzione 1612, «le Nazioni Unite hanno verificato più di 14mila attacchi contro scuole e oltre 3mila casi di utilizzo militare di scuole:  quasi due attacchi al giorno, per due decenni. Il ritmo di questi attacchi è in aumento – sono ancora le parole di Russell -, con più della metà dei casi verificatisi solo negli ultimi dieci anni. Basti pensare che «solo nella Striscia di Gaza, dal 2023 il 97% delle scuole è stato danneggiato o distrutto. In Paesi come la Repubblica democratica del Congo, il Myanmar e l’Ucraina, centinaia di scuole sono state saccheggiate, incendiate e attaccate con armi esplosive come bombardamenti e attacchi aerei».

Per la direttrice generale Unicef, si tratta di «gravi violazioni nei confronti dei bambini, attacchi diretti alla loro sicurezza, dignità e futuro. Quando le scuole vengono attaccate o occupate – ha osservato -, i bambini perdono molto più che opportunità di apprendimento, perdono spazi sicuri, opportunità di sviluppo sociale con i loro coetanei e accesso a servizi essenziali come l’alimentazione scolastica, l’assistenza sanitaria e il sostegno alla salute mentale. Possono anche perdere l’accesso a informazioni salvavita sui rischi rappresentati dai residuati bellici esplosivi».

Ancora, i bambini che non frequentano la scuola «sono esposti a rischi significativamente più elevati di sfruttamento, lavoro minorile, matrimoni precoci, tratta e reclutamento in gruppi armati. Nei casi in cui i gruppi armati utilizzano le scuole come basi o depositi di armi, si assiste spesso a un aumento del reclutamento e dell’utilizzo di bambini». E «possono essere costretti a prestare servizio come soldati o corrieri e sono esposti a sfruttamento e abusi sessuali. La presenza di attori armati nelle scuole espone inoltre studenti e insegnanti al rischio di ferite e morte durante gli attacchi delle forze avversarie». Di qui l’appello a proteggere l’istruzione: «Significa garantire la sicurezza delle scuole e assicurarsi che le parti in conflitto si astengano dall’utilizzarle per scopi militari».

25 febbraio 2026