Nell’hub vaccinale il dolore e le lacrime dei profughi ucraini

Nelle strutture di Ostiense e Termini, somministrati in 8 giorni oltre 200 vaccini anti Covid e assegnati 1.100 tesserini Stp, per l’accesso ai servizi sanitari

Tra le prime tappe dei profughi ucraini che arrivano a Roma ci sono gli hub Ostiense e quello della stazione Termini, dove viene garantito loro l’accesso diretto per eseguire tamponi antigenici e vaccini anti Covid, anche pediatrici, il rilascio del Green pass e l’assegnazione del tesserino Stp (Straniero temporaneamente presente), che consente di usufruire dei servizi sanitari. In otto giorni sono stati somministrati oltre 200 vaccini e assegnate più di 1.100 tessere. Le file di gente in attesa sono simili a quelle viste in questi mesi in tutti gli hub vaccinali ma l’atmosfera è ben diversa. Nella struttura di Termini, gestita da Samifo, Centro Salute migranti forzati della Asl Roma1, in collaborazione con Croce Rossa Italiana, arrivano quasi tutte donne con i loro bambini e pochissimi bagagli. Molti sono appena giunti con treni o autobus, stremati dal viaggio, stringono al petto i neonati, si abbracciano tra loro e piangono.

Una ventata di allegria la portano i più piccoli come Marian, tre anni, che, con le manine impiastricciate di cioccolata, corre nel corridoio e gioca con il trolley dove la mamma Oxana e la nonna Margherita, provenienti da Kharkiv, hanno rinchiuso «l’essenziale e i ricordi di una vita prima di fuggire dall’inferno». Jury, 4 anni, gioca seduto accanto alla mamma con un pupazzo di Spiderman. «I bambini sembrano quasi felici, vivono tutto come un gioco, per loro questo viaggio è simile a una vacanza – racconta il pediatra Leonardo De Carlo, addetto all’accoglienza nell’hub della stazione Termini -. Fanno amicizia con gli altri bambini, giocano. Gli adolescenti, invece, sono ben consapevoli di quello che sta accadendo e per loro è molto più difficile. Non hanno voglia di parlare, restano seduti con lo sguardo fisso nel vuoto e lo zainetto stretto tra le braccia. Le donne raccontano ciò che hanno vissuto e non smettono di ringraziare».

Margherita fissa la valigia e realizza che all’interno è custodito il necessario «per un tempo indeterminato. Siamo fuggite di corsa senza sapere quando torneremo nelle nostre case», dice trattenendo le lacrime. Svitlana, mediatrice culturale del Centro Astalli, originaria dell’Ucraina, non riesce invece a nascondere la commozione. Parla con tutti, fornisce recapiti telefonici per l’assistenza e indicazioni per le scuole, cerca di rassicurare ma confessa che a volte si rifugia in un angolo per dar sfogo al pianto. «Con i profughi devo essere forte – dice – ma ho amici e familiari sia a Kiev che nella parte occidentale del Paese. Quando ascolto i racconti di quello che sta avvenendo in quei luoghi dove sono cresciuta mi sembra di vivere quest’assurda follia sulla mia pelle». Tra i momenti peggiori di questi giorni ricorda le telefonate con la sorella. «Le sirene che suonano in sottofondo – dice -, il suo affanno mentre fugge nei bunker mi fanno sentire impotente. Volevo tornare in Ucraina ma i miei nipoti mi hanno detto che ora c’è bisogno di me qui».

Tante donne arrivano accompagnate da chi le ospita o da amici di famiglia, come Guglielmo, la cui compagna è ucraina. «Viviamo ore di angoscia per suo figlio che ora si trova a Odessa per difendere la città dall’attacco russo – dice -. Tutto questo è assurdo». Alina ha raggiunto in Italia la figlia Tania ma in Ucraina ha lasciato il marito e le altre figlie. Sono «preoccupatissime per loro», ma si soffermano su «come siano stati soggiogati anche i russi». Lo zio di Tania vive in Russia, «è sempre stato affabile – prosegue -; l’ho chiamato per avvisarlo che mio padre, suo fratello, sta bene, che mamma è in Italia, ma lui cambia discorso. Non vuole parlare della guerra, della politica, teme che le telefonate vengano intercettate. Internet e i social network sono bloccati e arrivano notizie distorte». Irina e la sorella Maria si informano sugli alloggi e sul permesso di protezione temporaneo valido un anno. «Non vogliamo lo status di rifugiati perché dura cinque anni – dicono -. Vogliamo sperare di tornare presto a casa dai nostri mariti».

14 marzo 2022