“Oltre la disperazione”, Appelfeld e il valore della memoria

La sua famiglia venne massacrata dai nazisti e vagò per anni nei boschi, cercando accoglienza. Il libro raccoglie le lezioni dello scrittore nelle università

La sua famiglia venne massacrata dai nazisti e vagò per anni nei boschi. Il libro raccoglie le lezioni dello scrittore nelle università sulla sua tragica esperienza

Aharon Appelfeld, nato nel 1932 a Czernowitz, in Bucovina, è uno dei più grandi scrittori contemporanei. La sua famiglia venne massacrata dai nazisti e lui vagò per anni nei boschi, cercando accoglienza là dove capitava. Riuscì a sopravvivere evitando le camere a gas e, dopo alterne vicissitudini, si trasferì in Israele. L’infanzia vissuta alla macchia come un animale braccato lo ha segnato per sempre. Non poteva del resto essere altrimenti.

È difficile anche soltanto immaginare l’avventura di un bambino costretto a nutrirsi di bacche e radici selvatiche sfuggendo ai predatori umani con una miriade di lingue in testa: il tedesco della madre, lo yiddish dei nonni, il ruteno della popolazione locale, il rumeno del governo, l’ucraino dei campi di deportazione, il russo dei liberatori, l’italiano del dopoguerra. Come elaborava ciò che gli accadeva? In quale modo spiegava a se stesso la violenza subita?

Nel momento in cui Ahron approdò adolescente in Palestina era privo di qualsiasi strumento culturale: imparò l’ebraico quasi fosse un’àncora di salvataggio. I suoi libri sono sempre intensamente evocativi: partono dal dato autobiografico ma lo trasfigurano in fiabe dal forte accento lirico. Fra i miei preferiti restano Storia di una vita e Ad hoc ha-Tsa’ar, non ancora tradotto in italiano, che ho letto in francese Les partisans, Edition de l’Olivier); il primo contiene uno stupendo elogio dell’amicizia; il secondo è forse uno dei romanzi più belli sulla Seconda guerra mondiale.

Appelfeld viene spesso chiamato a parlare della sua tragica esperienza ai giovani delle università di tutto il mondo: frutto di tali lezioni è Oltre la disperazione (Guanda, pp. 137, 14 euro) che comprende anche un dialogo con Philip Roth. In quest’opera divulgativa, eppure dotata di notevole forza stilistica, comprendiamo come la Shoah abbia radicalizzato la precarietà presente in ognuno di noi trasformando i piccoli protagonisti di un tempo, «ebrei anche contro il proprio volere», in commoventi testimoni della finitudine umana: quei bambini, adottati come sguatteri di cucina dall’Armata Rossa, «capaci di assimilare tutto nelle loro cellule cieche», compreso «l’amaro silenzio» dei genitori, sono diventati preziosi ambasciatori di una superstite vitalità, tesa ad apprezzare i tesori quotidiani dell’esistenza, le semplici manifestazioni naturali del paesaggio, alla maniera di talismani, in grado di assecondare e sostenere il ritmo del respiro.

Leggiamo, a questo proposito, come Appelfeld descrive il sentimento religioso – è lui a chiamarlo così – da cui sentì di essere pervaso in un momento di tregua nella foresta, orfano senza casa in territorio ostile, fra una deportazione e l’altra: «Mi ricordo di quando ero seduto davanti a uno stagno nel bosco, e guardavo dei ramoscelli che galleggiavano, fissandoli con una specie di “devozione”, come fossero stati non ramoscelli bensì oggetti magici giunti a me da un’immensa distanza».

14 marzo 2016