Tricomi e la matrice pasoliniana
Nella recente silloge “Anni venti”, l’insofferenza espressiva che vuole intervenire nel presente senza rinunciare al rigore conoscitivo. La nuova energia vitale ritrovata con la paternità
Il crepuscolarismo è stato uno dei grandi appuntamenti mancati nella letteratura italiana moderna: penso soprattutto, prima ancora che alla perfida ironia di Guido Gozzano, alla desolazione del poeta sentimentale di Sergio Corazzini, stroncato dalla tisi a soli ventun anni, l’unico forse capace di farci rivivere, qui e ora, in un canto spezzato, l’indimenticabile suprema letizia francescana. A prevalere nelle poetiche del Novecento, nonostante le importanti eccezioni, è stato piuttosto il simbolismo, trascinandosi dietro tutte le scorie di ogni possibile arbitrio analogico: oscurità che continuano talvolta a sfigurare il panorama contemporaneo. Non fosse che per questa ragione, i testi lirici di Antonio Tricomi, nato a Catania nel 1975, formato a Pisa e da tempo residente a Grottammare, in provincia di Ascoli Piceno, nel litorale adriatico, fra i rottami della scenografia leopardiana («E quinci il mar da lungi, e quindi il monte»), paiono significativi e caratteristici.
La recente silloge Anni venti (Arcipelago Itaca, 2026), come già accadeva nelle precedenti raccolte (da La polvere, Stamperia dell’Arancio, 2006, a Non già ieri, non ancora domani, Marcos y Marcos, 2024), segnala una tipica insofferenza espressiva di matrice pasoliniana, tesa a voler intervenire nel presente («provare a prendersi cura del domani anzitutto altrui», leggiamo nella Nota al testo), senza rinunciare al rigore conoscitivo: il che significa misurarsi con le sue asperità (penso soprattutto agli sferzanti ritratti di politici e rappresentanti istituzionali anche in dialetto romanesco nella sezione Scherzi di cultura), tuttavia conservando la profonda coscienza di vanità del giovane favoloso (esplicitamente richiamato nello Zibaldone), inventando la speranza «appoggiato a un muro franato».
Qui davvero Corazzini torna come un fantasma: «Cieche chimere di un poco di sole, / mesti ardimenti senza germoglio», evocando l’ultimo poeta che seppe raccoglierne i resti, cioè Montale: «ma al capire, di questa malora, / qual è la legge, se c’è, che non tiene». Senonché, forse imprevedibilmente, a sostenere e rafforzare l’illusione a fondo perduto del recanatese interviene una seppur tardiva paternità dell’autore che nella piccola Irene sembra ritrovare una nuova energia vitale, tale da spingerlo a restare in campo, senza ermetiche diserzioni, legittimando sul serio rime e colloquio, nell’acquisita convinzione che «salva qualcosa, con un figlio, chiunque».
Ecco perché La fabbricazione dell’umano, posta all’inizio della raccolta, contiene, lo diciamo con semplicità, i versi più belli, quelli scaturiti dalla passione partecipativa del genitore apprensivo in cui molti di noi si potrebbero riconoscere: «Dolce ch’è miele alla bocca, / ghiotta di capricci, feroce / nell’imporsi sui miei rimorsi / di savio padre, come fossi / marcio d’amore mi estorce / il presente, e lì mi blocca».
6 ottobre 2026

