Padre Murad: «I miei giorni nelle prigioni dell’Isis»

Il monaco siriano rapito a maggio ha parlato in Vicariato: « Le chiese siro-cattolica e siro-ortodossa sono ormai bottino di guerra dei miliziani»

Il monaco siriano rapito a maggio ha parlato in Vicariato: « Le chiese siro-cattolica e siro-ortodossa sono ormai bottino di guerra dei miliziani»

Padre Jacques Murad, il sacerdote e monaco siriano sequestrato lo scorso 21 maggio dagli jihadisti del sedicente Stato Islamico – che esperti di politica internazionale ormai chiamano col suo vero nome, Daesh – è tornato alla libertà cinque mesi dopo, l’11 ottobre. Catturato insieme al suo collaboratore Boutros, i due erano stati prelevati da uomini armati dal monastero siro cattolico di Mar Elian, a Qaryatayn, dove padre Murad era priore. Sabato 14 novembre, in un incontro a Roma sulla condizione, drammatica, dei cristiani in Medio Oriente, promosso per il Vicariato dal Centro Pastorale per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese, padre Murad ha raccontato scampoli di quella esperienza, tanto forte da fargli dire di vivere, oggi che sente di «essere protagonista di un miracolo», una seconda vita. Accanto a lui, e davanti ad una platea di sacerdoti, suore e missionari, il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali che dà inizio all’incontro con un minuto di silenzio e preghiera per le vittime della strage di Parigi del 13 novembre. «Di fronte ad una violenza così inumana e insensata, che non può essere giustificata con la religione – spiega Sandri -, si dovrebbero studiare misure condivise, rette dal diritto internazionale». Partendo dal basso e nella concretezza della quotidianità, «molti dirigenti – rivela il porporato, felicitandosi di questi primi passi – hanno iniziato un processo di educazione nelle loro comunità musulmane, secondo i dettami della fraternità, della convivenza e della pace».

Principi che padre Murad riconosce negli uomini di reale fede islamica, tant’è che proprio grazie ai “buoni rapporti” instaurati con essi, in Siria, è riuscito ad avere salva la vita. Nel suo sofferto racconto si susseguono gli episodi più difficili del sequestro. Confratello del romano padre Paolo Dall’Oglio, gesuita e fondatore della comunità monastica di Deir Mar Musa, anch’egli rapito e di cui non si hanno notizie dal luglio 2013, il monaco è visibilmente commosso. Viso smunto e occhi che a tratti fissano il vuoto, dice: «Sono nato una seconda volta». Tenuto per i primi giorni in una località montuosa, quando padre Murad scopre di essere poi deportato nella roccaforte jihadista di Raqqa, dove resterà per 84 giorni, prova persino felicità: «Ero contento perché pensavo di rivedere lì padre Paolo e che ci avrebbero messo nella stessa cella. Invece no ma sono sicuro, perché questa è la mia intuizione, che lui è ancora vivo. Chiedo per questo alla Chiesa di “non chiudere il fascicolo” e di “non archiviare il caso”. Sento che il Signore ha permesso a me di tornare in libertà perché la Chiesa, e chiunque altro ne ha la possibilità, si metta in moto per far qualcosa per lui e per gli altri sequestrati». Nel frattempo, il 5 agosto, i jihadisti conquistano Quaryatayn, prendendo in ostaggio quasi 250 cristiani che chiedono di poter rivedere il “loro” sacerdote. L’11 agosto i miliziani acconsentono di trasferire padre Murad, al quale molti di loro negli anni hanno anche aperto le proprie case, chiesto consigli e offerto una tazza di thè.

«Mi hanno fatto percorrere un tunnel buio, alla fine del quale si è aperta una porta di ferro e mi sono ritrovato davanti alla mia gente radunata in un dormitorio sotterraneo. È stato uno shock». Laggiù il monaco recita come sempre il rosario e celebra la Messa: «Era una consolazione per tutti». Il 31 agosto, ai cristiani viene data la possibilità di salvarsi accettando un «contratto di tutela»: niente suono di campane, niente croci sulle chiese, niente processioni e pagamento della jizya, la tassa di protezione. Tutti firmano il contratto e tornano nelle proprie case ma, «le due chiese, siro-cattolica e siro-ortodossa, sono ormai bottino di guerra» e oggi appartengono al Daesh. Affrontando infine il tema della sparizione dei cristiani in Oriente, il cardinale Sandri spiega: «Senza di loro si perderebbe la radice della nostra fede. Avremmo allora una conoscenza solo intellettuale di quei luoghi e la nostra diverrebbe una religione solo archeologica e museale. E perderemmo anche il barlume di umanità, l’elemento di equilibrio tra le fazioni in lotta in quei territori». Una considerazione che trova d’accordo padre Murad: «Il nostro cammino comune, di noi cristiani con i musulmani, ha facilitato il mio ritorno alla libertà. Ne sono convinto».

16 novembre 2015