Padre Paolo Dall’Oglio, «messaggero di Dio»

A quasi due anni dal sequestro in Siria del gesuita romano, un dibattito per rileggere attraverso la sua vicenda i 4 anni di conflitto nel Paese

A quasi due anni dal sequestro in Siria del gesuita romano, un dibattito per rileggere attraverso la sua vicenda i 4 anni di conflitto nel Paese

Il prossimo 29 luglio saranno trascorsi già due anni dal sequestro, in Siria, di padre Paolo Dall’Oglio. Catturato a Raqqa nell’estate 2013, da allora del gesuita italiano si sono avute notizie contrastanti e, di fatto, più nessuna rassicurazione ufficiale sulla sua esistenza in vita. Nel frattempo, sulla vicenda è calato il silenzio dei media. Questa la ragione per cui la Federazione nazionale della stampa e Articolo 21 hanno organizzato a Roma, martedì 26 maggio, un dibattito a cui hanno preso parte, tra gli altri, anche gli amici e i familiari del religioso. Ricordare ciò che lui ha fatto e ricordare il sequestro, suo come quello di molti altri, «è un modo per cercare di “andare oltre” nella comprensione della guerra siriana. E di questo – racconta la sorella Immacolata -, da lassù o forse da quaggiù, Paolo sarebbe contento». Nella vicenda di Dall’Oglio, gli organizzatori dell’incontro si chiedono infatti se abbia ancora senso raccontare la sua storia come di un rapimento tout court o se non sia invece il caso di leggere nel suo percorso esistenziale le chiavi per accedere alla comprensione di un conflitto «che da quattro anni, tanti quanti quelli della Prima guerra mondiale – commenta il presidente della Fnsi, Santo Della Volpe -, sta devastando la Siria».

Artefice di una convivenza spirituale e culturale, padre Paolo non ha mai ignorato – anche, e soprattutto – l’humus politico di quei territori tanto da arrivare ad essere espulso, nel 2012, dal regime siriano di Bashar al-Assad. Aveva denunciato le fosse comuni che il regime aveva riempito di sunniti: una pulizia etnica che padre Paolo temeva potesse un domani riguardare anche la comunità alawita, per ritorsione e vendetta, alimentando una catena d’odio nella “sua” Siria così tanto amata da sentirsi, egli stesso, siriano. Antoine Courban, docente della Saint Joseph University, che ricorda come a una popolazione di 4 milioni di libanesi sono venuti ad aggiungersi in questi ultimi anni oltre un milione e mezzo di profughi siriani, definisce padre Paolo un «testimone dell’umanesimo integrale, in cui l’uomo non è schiavo di Dio ma è in se stesso che riconcilia il cielo e la terra». Un «passeur» secondo Marco Impagliazzo, presidente Comunità di Sant’Egidio, «una di quelle persone che guidano cioè il passaggio tra mondi diversi. Persone che creano ponti. E che, tuttavia, non sempre è stato capito dalla sua stessa famiglia religiosa, la Compagnia di Gesù».

Nel denunciare quindi l’egoismo dell’Europa e il disinteresse per i migranti, questione strettamente legata al conflitto siriano, alla stampa Impagliazzo chiede che si insista su questo tema, che non si spengano i riflettori. Il ricordo ultimo di padre Paolo quale «messaggero di Dio», come lo definisce Nader Akkad, delegato nazionale del dipartimento per il dialogo interreligioso Ucoii, va a ciò che egli ha consegnato alla storia. Primo fra tutti, il restauro e la rinascita del monastero di Mar Musa, una laura in stile palestinese a 85 chilometri da Damasco, sperduta in una valle pietre e strapiombi: qui padre Paolo negli anni ’80, grazie all’altro gesuita padre Jack Murad – superiore del convento di San Elian finito a sua volta, lo scorso 21 maggio, nelle mani dei sequestratori – è riuscito nell’impresa di far pregare insieme fedi diverse. Si può e si deve sperare, come padre Paolo ha fatto, di veder allora rinascere la Siria ma, avverte il gesuita padre Luciano Larivera, scrittore de La Civiltà Cattolica, «la speranza non è vincere al superenalotto. Nella speranza tocca metterci la fatica».

27 maggio 2015