Per Santa Cecilia il lockdown «un problema gigantesco»

Michele dall’Ongaro, sovrintendente dell’Accademia: al lavoro per una stagione nella cavea dell’Auditorium. Il futuro? «Un ritorno all’essenza delle cose»

Una vita professionale intensa, in cui la musica nelle sue diverse declinazioni è protagonista indiscussa. Dal giornalismo alle trasmissioni radiofoniche, dall’insegnamento nei conservatori alla composizione, dalla collaborazione artistica con nomi illustri, come Luciano Berio o Gianni Rodari ad esempio, alla Scuola Popolare di Musica di Testaccio di cui è socio fondatore: non c’è ambito che Michele dall’Ongaro, dal 2015 presidente e sovrintendente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, non abbia esplorato. Traghettare una delle più antiche istituzioni musicali della terra fuori dall’emergenza coronavirus – che ha costretto alla serrata anche il mondo del teatro e della lirica – è solo l’ultima sfida che va ad aggiungersi al suo ricco curriculum.

Cosa ha rappresentato il lockdown per Santa Cecilia?

Un problema gigantesco, sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista dei conti. L’incasso di Santa Cecilia pesa per un 20% sul pareggio di bilancio della fondazione. Quindi stare fermi per tutto questo tempo vuol dire un danno, che per il solo mese di marzo è stato di circa 900mila euro per le produzioni saltate. Alla grossa batosta economico-finanziaria va ad aggiungersi il problema del blocco dei lavoratori e del fondo integrativo salariale per circa 200 dipendenti. Fatto che a Santa Cecilia non era mai successo in 500 anni, ma faccio gli elogi al governo per la pronta risposta.

Come avete affrontato questo momento così difficile?

Abbiamo un’articolazione di attività enorme e tutto questo alimenta un sistema: più che una stagione di concerti, Santa Cecilia è un modo musicale di guardare il mondo, a cui la pandemia ha messo solo apparentemente un punto di arresto. In realtà abbiamo continuato un’attività molto intensa sul web, che è diventato il nostro palco. Tant’è vero che da quando è iniziata la pandemia, ad oggi, il nostro traffico sul web è aumentato del 980%. In rete mettiamo concerti, lezioni con i bambini, parole crociate musicali. E online abbiamo reso disponibili persino alcune registrazioni d’archivio, come la prima incisione de “Le quattro stagioni” di Vivaldi sotto la direzione dello storico Bernardino Molinari.

Come sarà il ritorno ai concerti dal vivo?

Ci sono state fornite delle linee guida che dettano la ripartenza per gli spettacoli dal vivo. Regole che però vanno precisate meglio. Il punto più critico riguarda la capienza massima: il testo prevede la possibilità di fare spettacoli al chiuso con 200 persone, inclusi gli artisti. È chiaro che questo, per una sala come la nostra che ha 2.700 posti, non è sostenibile da un punto di vista economico. Sul fronte della produzione all’aperto, invece, sono previste 1.000 persone, un numero con cui si può lavorare. Stiamo allora immaginando, insieme alla fondazione Musica per Roma, una stagione nella cavea dell’Auditorium del Parco della Musica, area che vorremmo mettere a disposizione anche di altre istituzioni che non hanno un proprio spazio esterno perché l’ospitalità sarà un messaggio essenziale per la ripartenza. Tra gli appuntamenti dal vivo segnalo che il 27 luglio su invito di Webuild, nuovo nome di Salini Impregilo, inaugureremo il ponte di Genova con una diretta della Rai. L’Adagio di Barber, un pezzo fortemente evocativo, sarà l’omaggio a coloro che hanno perso la vita e ai parenti. In segno di rinascita e speranza, invece, Antonio Pappano e la nostra Orchestra eseguiranno la Quinta Sinfonia di Beethoven. Tutto questo, ovviamente, solo se le regole lo consentiranno.

A proposito di regole, per gli spettacoli è stato tutto chiarito?

Se alcune cose sono comuni e dichiarate, tipo la distanza per il pubblico o l’ingresso contingentato, altre cercano invece degli approfondimenti. Nello specifico, i punti ancora da chiarire riguardano i protocolli su come predisporre nello spazio, in sicurezza, i musicisti d’orchestra e soprattutto il coro, che è il tema più delicato, e la ragione è evidente. Bene, tutto questo attende di essere normato e noi siamo disponibili a dare un contributo, tra l’altro già presentato nelle sedi opportune anche grazie all’Agis (Associazione generale italiana dello spettacolo). Il suo presidente Carlo Fontana, ex sovrintendente del Teatro alla Scala e persona illuminata che conosce molto bene i problemi del settore, sta facendo un gran lavoro di coordinamento e interlocuzione con tutte le forze in campo, politiche e scientifiche. Anche perché l’Inail ci ricorda la responsabilità penale che ha il datore di lavoro rispetto a malattie come quelle da coronavirus. Quindi per poter ripartire bisogna avere regole e protocolli certi.

La caratteristica di un coro e di un’orchestra è la vicinanza. Oggi, diremmo, l’assembramento per natura. Come si fa a superare questo aspetto?

La Berliner Philharmoniker e altre istituzioni tedesche hanno affidato al Policlinico universitario Charité uno studio sul tema: i tedeschi, che sono metodici, hanno prodotto una relazione di 13 pagine contenente una serie di misure di protezione per poter riprendere l’attività delle orchestre in sicurezza. Relazione che io ho acquisito e sottoposto ad esperti luminari di importanti facoltà e reparti della sanità pubblica italiana e che mi hanno confermato l’assoluta attendibilità dello studio. Vengono date indicazioni sulla distanza tra i singoli musicisti, ad esempio tra gli archi, tra l’orchestra e il direttore, ed è simile al protocollo che ha elaborato, sua sponte, il Festival di Ravenna, perché il maestro Riccardo Muti si è posto lo stesso problema volendo dirigere il concerto inaugurale del 21 giugno. Quindi studi e relazioni ci sono. Bisogna approfondirle e adattarle, anche se alla fine sarà la politica a fare la sua scelta.

Crede che sarà possibile riprendere la precedente programmazione?

Siamo tutti esposti ad una situazione mutevole che non consente di fare previsioni: attualmente abbiamo delle norme incomplete che molto presto potrebbero anche essere superate, ed è un problema serio in questo settore, visto che lavoriamo con almeno 3 anni di anticipo. Aspettiamo, dunque, prima di annunciare la nostra stagione. Certo, qualche modifica verrà fatta, soprattutto per la prima parte, perché per lavorare in anticipo dobbiamo ragionare con quello che le norme ci consentono di fare oggi: un’orchestra che sul palco di Santa Cecilia mantenga quelle distanze è chiaramente un’orchestra ridotta, con la quale sarà possibile fare alcuni repertori, ma non altri. Ad esempio Beethoven ma non i grandi poemi sinfonici di Richard Strauss, per dire. Abbiamo studiato allora tre diverse programmazioni: una che prevede un organico fino a 4-5 strumenti, una che si allarga fino a 50, tra voci e strumenti e, nell’ipotesi migliore, quella che avevamo già pronta inizialmente. Come vede è una specie di tela di Penelope infinita. La mattina la tessi, la notte la smonti.

Quando l’emergenza sanitaria sarà terminata, il mondo della musica tornerà ad essere quello di prima o qualcosa sarà cambiato per sempre?

Credo che ci sarà un ritorno all’essenza delle cose, al loro significato profondo. Che non è la mondanità dell’evento, non è la polvere di stelle. Fare musica insieme è espressione altissima del pensiero umano, coinvolge chi la fa così come chi l’ascolta. Ed è per questo che il web non può sostituire la musica dal vivo: c’è il corpo che partecipa, i piedi che battono a ritmo, la respirazione che si fa più frettolosa, la condivisione di quell’emozione con il proprio vicino.  Un miracolo che si compie ogni volta che si suona perché la musica ha il potere di modificare le cose e non solo di testimoniarle. E quando la trasformazione avviene non c’è categoria sociale, non c’è scusa, non c’è ricco o povero.

 Il suo auspicio per il futuro?

Credo che per un periodo ritorneremo ad una sorta di morigeratezza, con minor sfarzo e con cachet e stipendi più bassi. Io, per dire, me lo sono già tagliato del 30% anche se, venendo da una scuola di rigore ottocentesco, sono convinto che di questo genere di atti non ci si debba vantare. Il Maestro Pappano, direttore musicale dell’Accademia, ha invece rinunciato al 100% del compenso riconosciutogli per il suo ruolo e lo ha fatto anche a Londra, dove dirige l’Opera House. Abbiamo adottato questo criterio con l’idea che non si possa e non si debba chiedere sacrifici alle persone che lavorano con te, e che tu non sei disposto ad affrontare. Per il resto, la musica non perderà la sua capacità di raccontare e trasformare il mondo. Qualità che, ad esempio, era propria di Ezio Bosso. Ciò che lui sapeva fare meglio di tutti, infatti, era comunicare il potere della musica a chiunque, anche a chi non ha mai sentito parlare di Bach o di Beethoven. Li faceva sentire parte di un grande gioco: bastava aprire la porta. Ecco, le porte vanno però aperte. Alla fine di questa storia spero che ci siano più porte aperte.

1 giugno 2020