Pignatone, mafia: «Wojtyla pose fine all'”età dell’innocenza”»

A Santa Maria Odigitria l’incontro di presentazione della lettera pastorale dei vescovi siciliani a 25 anni dall’appello di Giovanni Paolo II «convertitevi!». Idl vescovo Semeraro: «Stile di vita che contrasti la corruzione»

Il dito indice della mano destra sollevato, il pastorale stretto nella sinistra: il 9 maggio 1993, a poca distanza dall’antico tempio greco della Concordia, nella Valle dei templi ad Agrigento, Giovanni Paolo II invocò «vera concordia e vera pace» per il popolo siciliano, richiamando in particolare i responsabili delle stragi mafiose alla conversione. A 25 anni da quell’imperativo morale scandito in sillabe, «Convertitevi!», i vescovi di Sicilia hanno steso una lettera pastorale rispetto ad un fenomeno, quello mafioso, che pur riferendosi ad un preciso contesto territoriale, sociale, culturale ed ecclesiale ha implicazioni sull’intero Paese. Il testo è stato presentato ieri sera, 23 ottobre, presso la chiesa di Santa Maria Odigitria, chiesa dei siciliani a Roma, a via del Tritone, nel corso di un incontro organizzato dal Centro Studi Cammarata e quello intitolato a monsignor Antonio Maria Travia per lo studio della storia e della cultura siciliane unitamente alla Confraternita di santa Maria Odigitria.

«Il monito di Giovanni Paolo II è rivolto anche a noi, oggi – ha chiosato don Maurizio Patriciello, parroco a Caivano, al confine tra Napoli e Caserta, nella cosiddetta “Terra dei fuochi” – perché una certa mentalità si sconfigge a partire dalle piccole cose, però l’omertà della gente io la capisco perché spesso è soltanto il frutto della paura: se ti esponi e denunci ciò che vedi, la camorra non ti darà pace, rovinandoti la vita». Tuttavia il sacerdote si è detto determinato a non farsi fermare nella sua lotta alle ecomafie che permettono di bruciare i rifiuti non solo della Campania in quelle terre perciò avvelenate, dove le esalazioni tossiche fanno ammalare di tumore per il 47 per cento in più che nel resto d’Italia.

«Siamo arrabbiati perché non se ne parla abbastanza, nelle scuole non se ne parla e invece questa catena va spezzata – ha continuato don Patriciello –: deve avere fine la mentalità del voto di scambio, ad esempio, perché altrimenti i politici dovranno sempre rendere conto alla mafia e consentire azioni che procurano danni e rovinano vite». Specialmente quelle dei più giovani i quali, «non trovando riscontro e ascolto nello Stato e nelle istituzioni, si rivolgono altrove, prendono altre strade, seguono quella della droga e dei soldi».

Di «circolo vizioso da interrompere» ha parlato anche monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e segretario del Consiglio dei cardinali per la riforma della curia romana: «Nella lettera i vescovi sottolineano la necessità di un attento discernimento spirituale – ha evidenziato – guardando a quei figli migliori di Dio che hanno lottato per la giustizia, sacrificando la propria vita come il giudice Livatino e padre Pino Puglisi». Sono modelli «di un certo stile che contrasta quello della corruzione e dell’abuso di potere cui non si può rimanere indifferenti battezzando con altri nomi certe realtà solo per tenerle lontane: questo significa vivere nell’ipocrisia mentre lo stile della vita cristiana è quello della santità quotidiana che santifica l’ambiente in cui si opera».

Nel suo intervento Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma, ha individuato nel discorso a braccio di Papa Wojtyla un elemento di rottura «a seguito delle stragi mafiose degli anni 1992-1993 che posero fine all'”età dell’innocenza”: se fino ad allora si poteva pensare che la mafia non ci riguardasse direttamente ma fosse solo un problema criminale che non ci toccava come gruppo sociale ed ecclesiale, dopo quegli episodi nessuno poté più affermare che la mafia non esisteva perché quel biennio lasciò un segno indelebile nella comunità civile».

In particolare, poi, il magistrato ha letto nell’appello alla conversione dell’allora Pontefice «non solo un grido di denuncia ma una indicazione per una prospettiva nuova, di cambiamento umano cui erano invitati i mafiosi» e a modo loro i mafiosi lo ascoltarono perché «reagirono con le bombe fatte esplodere nel luglio dello stesso anno nelle chiese romane di San Giorgio al Velabro e di San Giovanni in Laterano». Molti anni dopo, nel 2005, a pochi giorni dalla morte di Giovanni Paolo II, «un mafioso intercettato commentava i funerali del Papa polacco ricordando ancora quando fece quella “sbrasata”, cioè una “sparata” troppo grossa». Infine, Pignatone ha messo in luce come nel documento redatto dai vescovi siciliani non manchi il riconoscimento delle colpe della Chiesa «perché a volte le comunità cristiane stesse hanno avuto un atteggiamento inadeguato nell’affrontare il fenomeno mafioso, anche solo non esprimendo pubblicamente riprovazione morale per certe azioni».

24 ottobre 2018