«Rinunciare al nemico», il portato profetico del viaggio del Papa

Tra i fatti della settimana spicca la via per un futuro diverso indicata da Francesco: l’importanza di parlarne anche a scuola con i ragazzi

La scorsa settimana ci siamo ingaglioffati con Sanremo, abbiamo discusso dei vestiti dei cantanti, della ragazza che si è fatta da sola e di quelli che hanno zittito il professore. Per l’ennesima volta Sanremo ha avuto il potere di farci staccare la spina: un anno fa iniziava per noi italiani la pandemia e il giorno prima rincorrevamo Bugo, quest’anno, nella settimana drammatica della nuova chiusura delle scuole, delle centomila vittime, del giro di boa dei trecentosessantacinque giorni in emergenza sanitaria, se per un attimo Sanremo ci ha distratto mi dico che non può che essere bene.

Eppure la settimana scorsa è accaduto qualcosa di enorme, di importante, di storico: Francesco che è volato in Iraq, Francesco tra i muri crollati di quelle case, Francesco a dire la pace in un luogo che fino a ieri per l’Occidente era stato la casa del nemico. Certo i telegiornali, seppure dopo il bilancio dei contagi Covid e gli ascolti di Amadeus e Fiorello, qualcosa hanno provato a dire, le bolle social di fatto nemmeno se ne sono accorte, ma per chi come me ha vissuto come trauma generazionale le bombe sganciate nella prima guerra del Golfo, e da lì, passando per il crocevia dell’11 settembre e l’Afghanistan, fino ad arrivare alle grida del Bataclan ha visto scandire i decenni più importanti della propria vita dalla costruzione di un nemico che non avrebbe dovuto essere tale, la presenza di Francesco in quella terra ha fatto il rumore della grande storia che si muove e ci sorprende.

In questo tempo doloroso, in cui sono costretto a guardare le mie ragazze e i miei ragazzi da uno schermo, ho spesso speso i primi minuti chiacchierando con loro del più e del meno. La scorsa settimana ho provato a utilizzare la leggerezza dei fatti sanremesi per attivare qualche sguardo che fatico sempre più a tenere acceso. Ecco, mi sarei aspettato interventi, discussioni, ma ho constatato che perlomeno i miei studenti dei vestiti dei cantanti, della ragazza che si è fatta da sola e di quelli che hanno zittito il professore non abbiano avuto praticamente percezione, se non come lieve rumore di fondo nella lotta quotidiana che sopportano per dare senso ai loro sedici anni tombati in casa davanti a un pc.

Ma poi, domenica 7 marzo, ho letto un titolo incredibilmente bello e potente sulla prima pagina di Avvenire, dettato dalla conclusione del viaggio di Francesco: «Rinunciare al nemico». Ci ho visto dentro il passato, il Novecento, la costruzione sistematica del nemico come elemento ordinatore della nostra civiltà, ma anche il nostro presente, la bramosia del nemico come baricentro del nostro valore non negoziabile, il combustile tossico delle piccole zuffe quotidiane che a ondate ritmiche, scandite dal trend topic del giorno, ci troviamo a sostenere. Ecco, il portato profetico di quella frase, «rinunciare al nemico», di quella via per un futuro diverso che con il proprio corpo Francesco la settimana scorsa ci ha mostrato, l’ho portato questo lunedì in classe, prima di iniziare la lezione. «Rinunciare al nemico, che cosa significa questa frase?», ho chiesto ai miei studenti. Ne abbiamo parlato, tutti, per quasi un’ora.

10 marzo 2021