Roma, sgomberato l’immobile dei rifugiati sudanesi. Si resta in strada

Dal 2015 120 richiedenti asilo hanno portato avanti un progetto di occupazione autogestita in un palazzo di via di Scorticabove, zona est. Il 5 luglio lo sgombero. «Non abbiamo rubato, non siamo delinquenti»

«Non abbiamo rubato, non siamo delinquenti, perché ci buttano in mezzo strada?». Akhmad, 44 anni, originario del Sudan e rifugiato politico in Italia, ieri mattina, 5 luglio, intorno alle 8 è stato svegliato dalle forze dell’ordine. Gli hanno comunicato che l’immobile dove vive da circa dieci anni, in via di Scorticabove, nella zona est della Capitale, era sotto sfratto esecutivo. Così ha raccolto in fretta le cose in un trolley ed è uscito in strada, insieme agli altri ragazzi con cui condivide l’abitazione da anni, dopo che il progetto di accoglienza della cooperativa “Casa della carità” ospitato nel centro è stato chiuso nel 2015. Da allora circa 120 richiedenti asilo e rifugiati hanno portato avanti un progetto di occupazione autogestita. «Abbiamo un comitato, ci facciamo da mangiare, facciamo le pulizie, tutto da soli – spiega -. Sono anni che siamo in questa condizione. Perché ora ci fanno questo? Dove dobbiamo andare ora?». Dopo l’esecuzione dello sfratto i ragazzi sono scesi in strada decisi a non andare via finché non sarà proposta loro un’alternativa stabile. Il Comune di Roma, infatti, attraverso la Sala operativa sociale, ha predisposto un banchetto di fronte al palazzo sgomberato per offrire ai rifugiati un posto nelle strutture di accoglienza del circuito cittadino extra Sprar. Ma finora solo due, dei circa 70 presenti, sono disposti ad accettare quella che si preannuncia un’alternativa temporanea di qualche mese.

Denunce inascoltate. «Ci sono persone che vivono qui da 13 anni che oggi vengono trattate come rifiuti, prese e buttate per strada. Questo non è accettabile – denuncia Aboubakar Soumahoro, rappresentante Usb che da ieri mattina è in strada insieme ai rifugiati -. Non si possono buttare per strada 120 persone, tutti rifugiati politici, con il solito scaricabarile tra prefettura e Comune di Roma.  Da anni denunciamo questa situazione, ma non abbiamo mai ricevuto risposta. Abbiamo chiesto un incontro all’assessore alla Casa e all’assessore alla Politiche sociali Laura Baldassarre, dalla quale anche alla luce del suo curriculum pensavamo di poter essere ascoltati. E, Invece, solo silenzio. È mancata totalmente la volontà politica di trovare una soluzione insieme». Per Soumahoro a un anno dallo sgombero di piazza Indipendenza questo nuovo sgombero dimostra il «fallimento di un sistema di accoglienza e di inserimento dei rifugiati, che il più delle volte vengono lasciati soli».

Le storie degli occupanti. I ragazzi che vivevano a via Scorticabove sono tutti maschi con un permesso di soggiorno regolare, originari del Sudan. Ragib, 38 anni e in Italia da 8, da poco è diventato cittadino italiano. «Sono venuto qui per scappare dalla situazione del mio Paese. Lì non potevo più stare – racconta -, qui sono stato riconosciuto come rifugiato e da poco ho ottenuto la cittadinanza. Ma per me trovare un lavoro è difficile, per questo vivevo qui. Faccio lavori saltuari, in agricoltura, quando capita. Altro non trovo». Moussa spiega che lui si occupa del carico scarico merci. «Molti ragazzi che vivono qui con me fanno i braccianti agricoli nelle zone del Sud Italia – afferma -, per questo oggi molti non ci sono. Io stesso lavoro quando riesco a trovare qualcosa». Durante lo sgombero erano presenti nella struttura circa 60 persone. Ma l’occupazione veniva portata avanti da anni da circa 100 persone. «Siamo rifugiati politici, molti di noi vivevano prima in un’altra occupazione poi sgomberata, l’ex hotel Africa – aggiunge Ibrahim -. Quando siamo entrati qui c’era una cooperativa che gestiva il centro di accoglienza. Da quando il progetto è finito ci autogestiamo senza chiedere aiuti esterni: facciamo tutto da soli. Prima eravamo 120, nell’ultimo periodo eravamo 80, 85». L’intento, dice, è «rimanere in strada: siamo regolari, lavoriamo, vogliamo un’alternativa stabile».

La resistenza in strada. Per ora nonostante lo sgombero sia finito intono alle 13 i ragazzi restano in strada. «Chiediamo al sindaco Raggi di venire qui a trovare una soluzione con noi – continua Aboubakar Soumahoro -. Da qui non andiamo via». Sulla stessa scia anche Federica Bolrizzi di Alterego: «Ancora una volta parliamo di uno sgombero senza soluzioni alternative. lo abbiamo visto altre volte. Siamo costretti a denunciarlo a Roma». Margherita Grazioli di Bpm sottolinea che lo sfratto è stato notificato alla cooperativa che ha in gestione l’immobile, “Casa della Carità”, senza avvisare gli occupanti, che ieri mattina si sono svegliati e hanno trovato la polizia dentro. (Eleonora Camilli)

6 luglio 2018