Rosario Livatino e la sua «sintesi tra religione e diritto»

A sottolinearla, il presidente Cei Bassetti, nella Messa a 30 anni dall’omicidio, al Sacro Cuore. «Abbiamo bisogni di piccoli e grandi eroi del quotidiano»

San Matteo e la sua risposta alla chiamata. È partito dalla liturgia del giorno, il cardinale Gualtiero Bassetti, nella Messa che ha celebrato questa mattina, 21 settembre, nella chiesa del Sacro Cuore, a Roma, nei 30 anni dalla morte di Rosario Livatino, il giovane magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, in Sicilia. Ricordando la scena della conversione dipinta da Caravaggio, conservata sempre a Roma, nella chiesa di San Luigi dei Francesi, il presidente della Cei ha osservato che «non c’è tenebra che la luce divina non possa sondare, non c’è animo turpe che non possa essere volto al bene». E di Matteo ha evidenziato lo «stupore» dipinto da Caravaggio, forse dovuto al fatto che «la vocazione non lo raggiungeva mentre era intento a visitare un luogo di culto ma mentre stava semplicemente svolgendo il proprio lavoro, addirittura un lavoro che metteva alla prova la coscienza e che si attirava le antipatie della gente».

Rosario Livatino, ha continuato il porporato, «al momento di entrare in magistratura aveva chiara coscienza della missione che si assumeva. Egli stesso lo afferma il 18 luglio del 1978: “Ho prestato giuramento – annota sulla sua agenda -; da oggi quindi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige”. Le idee erano chiare fin dal principio, dunque. Eppure possiamo ritenere che anche per lui, nella decina d’anni di esercizio della professione, la determinazione nel seguire quella che si stava sempre più prospettando come una specifica chiamata si sia fatta sempre più netta». Forse anche a lui, è la riflessione del presidente dei vescovi, «la via che l’avrebbe portato ad assumersi fino in fondo, fino al sacrificio estremo, le proprie responsabilità si trovò confermata a poco a poco, mentre svolgeva il suo lavoro, mentre non ricusava gli incarichi più esposti, mentre assisteva alla morte violenta di altri giudici stimati, mentre conosceva ogni giorno di più il tessuto profondo e talvolta malato di territori che a uno sguardo meno attento di quello di un magistrato o di un operatore di polizia possono sembrare tranquilli e laboriosi».

Per lui, erano questioni «di vita vera e di fede limpida. Livatino – ha continuato Bassetti – riuscì a ritrovare una sintesi tra religione e diritto che non appare scontata». A dimostrazione, ha citato le sue parole in una conferenza, nella quale ricordava che se è vero che bisogna essere “giusti”, Cristo «ha elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano». Vale a dire, «non c’è piena giustizia senza amore». Convinzioni, queste, che hanno lasciato «un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi; e di come l’obbedienza alla Chiesa possa coniugarsi con l’obbedienza allo Stato, in particolare con il ministero, delicato e importante, di far rispettare e applicare la legge», ha ribadito il cardinale ricordando le parole di Francesco ai membri del Centro studi intitolato a Livatino, nel novembre 2019.

Nella sua omelia, il presidente della Cei ha ricordato il Rosario Livatino «giudice, ma prima ancora uomo e credente», citandone i diari, che attestano «incertezze, sfoghi spontanei, lacerazioni interiori e silenzi. Il che non ne fa un testimone meno prezioso per chi ebbe la fortuna di conoscerlo di persona o per chi ne ha solo sentito parlare. No: questi tratti di penna, queste semplici confidenze, ce lo rendono ancora più umano, vero, vicino», ha ribadito, ricordando che «come dai peccatori possono originarsi, per grazia di Dio, i santi, così i coraggiosi nascono non dai temerari ma dai timorosi e i forti sorgono non dai presuntuosi bensì dai deboli che accolgono la propria debolezza e si lasciano mutare dal confronto con le situazioni, le persone e i valori».

Oggi, nelle parole di Bassetti, «abbiamo bisogno di tanti piccoli e grandi eroi del quotidiano, che si sentano chiamati mentre attendono al loro lavoro, che sappiano comportarsi in fedeltà alla missione ricevuta, che donino umilmente la vita giorno per giorno là dove si trovano a vivere e a operare, che abbiano il coraggio della fedeltà nonostante i limiti e le umane debolezze, che onorino il proprio mandato – qualunque esso sia – con estrema dignità. Davvero beato un popolo, un paese che ha uomini e donne così. Beate le istituzioni che sono presidiate da figure simili. Beati quei malcapitati, quei poveri, quei soggetti meno fortunati che ricorrono a una giustizia amministrata da persone simili».

21 settembre 2020