Rosario Livatino, martire per la giustizia

A 30 anni dall’uccisione da parte della mafia, la testimonianza della protagonista di uno dei due presunti miracoli attribuiti all’intercessione del giovane magistrato

Oggi, 21 settembre, ricorre il 30° anniversario dell’omicidio di Rosario Angelo Livatino, il giudice originario di Canicattì in servizio al Tribunale di Agrigento, ucciso in un agguato mafioso il 21 settembre 1990 mentre percorreva in auto, come ogni giorno senza scorta, la strada che collega Canicattì ad Agrigento. Tra i presunti miracoli attribuiti all’intercessione del giovane magistrato, per il quale è in corso la causa di beatificazione, l’inspiegabile guarigione nel 1996 di Elena Valdetara Canale, affetta da un linfoma di Hodgkin diagnosticato nel 1993, che secondo i medici l’avrebbe condotta alla morte in meno di due anni. Sposata da 45 anni con Giovanni, Elena compie 70 anni il prossimo novembre ed è lei stessa a raccontare la sua storia.

«Quando mi fu diagnosticata la malattia nella primavera del 1993, avevamo quattro figli ancora piccoli: due nati dal nostro matrimonio e due adottivi. Nel mio lavoro di insegnante di sostegno avevo toccato con mano la sofferenza e i bisogni di tanti piccoli e, d’accordo con mio marito, rinunciai al lavoro per dedicarmi all’accoglienza di bambini senza mamma». Le ragazze, Chiara e Cecilia, avevano 17 e 13 anni. Simona, la bimba adottata con sindrome di Down e cardiopatìa congenita, venuta a mancare nel 2001, ne aveva 14 mentre Francesco aveva solo quattro anni. Era un bimbo focomelico, privo dei quattro arti, e doveva affrontare un’operazione impegnativa. I medici spiegarono ad Elena che se non si fosse sottoposta alla cosiddetta “chemioterapia pesante”, associata alla radioterapia in tutto il corpo, avrebbe avuto circa sei mesi di autosufficienza e un paio d’anni al massimo di vita, ma la avvertirono che le probabilità che potesse sopportare quel tipo di terapie – molto più pesanti di quelle odierne – non erano superiori al 50%.

Elena si rese conto che durante la chemio non sarebbe stata in grado di occuparsi dei figli: «In quel momento mi dissi solo che dovevo mettere in sicurezza Francesco, fargli fare questo intervento che avrebbe impedito ai moncherini di uscire dalla pelle causandogli dolorose piaghe. Così, anziché pensare a curarmi, lo portammo a Modena dove venne operato, e a cinque anni a Bologna dove gli dettero una carrozzina elettronica». In tutto questo, a novembre ‘93 ebbe di notte un sogno. «Mi apparve un giovane in abiti sacerdotali, che io non conoscevo – racconta – ma il cui volto, e soprattutto lo sguardo, mi è rimasto impresso per sempre. Come se conoscesse il desiderio che avevo nel cuore, guardandomi fisso negli occhi mi disse: “La forza di guarigione è dentro di te. Quando la troverai potrai aiutare altri bambini”.
Subito dopo, sempre in sogno, fui trasportata in un altro tempo, a una Messa di matrimonio e qualcuno mi spiegò che erano le mie nozze d’argento con Giovanni. Come era possibile? Le avremmo dovute festeggiare nel 2000, sette anni dopo la diagnosi infausta che mi dava solo due anni di vita».

Dopo avere riferito il sogno ai familiari, Elena continuò a dedicarsi ai bambini, ma nel 1995 ebbe un aggravamento. «Prima di entrare in ospedale per la biopsia ed altri esami, il 20 settembre vidi un articolo di giornale dedicato al quinto anniversario dell’assassinio di Livatino e dalla foto riconobbi il volto del giovane uomo visto in sogno due anni prima. Quell’articolo parlava anche della sua profonda fede e del fatto che si fosse messo “sub tutela Dei”. Lessi inoltre – prosegue – che era stata avviata un’iniziativa per introdurne la causa di beatificazione e pensai che avrei potuto chiedergli la grazia della mia guarigione». Così il 21 settembre, nella parrocchia di Petra de’ Giorgi (Pavia) dove abitavano, durante la Messa Elena lesse questa intenzione: «Chiedo al Padre nostro nei cieli, tramite l’intercessione di Rosario Livatino, la grazia della guarigione dal linfoma ma soprattutto di una fede salda». Poi entrò in ospedale dove le venne accertata la malattia al terzo stadio, irreversibile, e le venne di nuovo proposta la “chemioterapia pesante” che dovette sospendere dopo la seconda applicazione per uno shock anafilattico. In dicembre, un consulto all’Istituto europeo di oncologia di Umberto Veronesi a Milano confermò la diagnosi e suggerì il tentativo con una chemio più leggera, che però non riuscì ad arrestare il progredire della malattia che arrivò allo stadio terminale.

In compenso, nel 1996, alcuni mesi dopo un pellegrinaggio via mare in Terrasanta con Cecilia, la secondogenita che due anni dopo sarebbe morta, e il piccolo Francesco, «iniziai a sentirmi meglio – racconta -. Feci nuovi esami all’Istituto dei tumori e quando il 20 settembre il professore li vide, scrisse che non c’era più alcuna evidenza di malattia». Così, con una straordinaria coincidenza provvidenziale si chiude il cerchio: il certificato di remissione clinica e radiologica completa porta la data 20 settembre 1996, vigilia del sesto anniversario della morte di Livatino.

Ma cosa si prova a essere miracolati? «Non è facile – risponde Elena -. Oltre alla felicità della vita ritrovata, del poter essere di nuovo sposa e madre, c’è il senso di colpa. Ho visto molti malati gravissimi più giovani di me, anche tanti bambini. Io allora avevo poco più di quarant’anni. Ma due anni dopo, il 4 settembre ‘98 è morta a poco più di 18 anni Cecilia in un incidente stradale e lì sono stata messa alla prova. Ho avuto un moto di ribellione: Signore, perché? Io ero pronta, rassegnata. Potevi prendere me anziché lei! Perché lasciarmi qui a vedere un figlio precedermi nella strada verso la vita eterna?». Intervenne Giovanni: «Mi spiegò che Cecilia e Simona sono di Dio, non nostre, e che dobbiamo ringraziare per il tempo che le ha lasciate con noi. Simona è venuta a mancare il 15 dicembre 2001 ma durante l’agonia, iniziata l’8 dicembre, pur facendo fatica a parlare mi aveva raccontato di avere visto ai piedi del letto la sorella Cecilia con accanto una “mamma” discesa da un luogo meraviglioso dove non c’è più sofferenza ma solo amore per venire a prenderla». Elena, che ha festeggiato le nozze d’argento partecipando nel 2000 con il marito e i figli al Giubileo delle famiglie, ricorda l’incontro con Giovanni Paolo II e quello che le scrisse il marito dopo la morte delle figlie e che porta sempre con sé: «La notte nell’universo non esiste; c’è solo un momento, un punto alla soglia del tempo in cui vita e morte si incontrano, ma la vera vita è la vita eterna».

Come è cambiata la sua vita dopo il miracolo della guarigione? «La mia guarigione è stata un segno dell’amore di Dio. Abbiamo adottato il nostro quinto figlio, Andrea, anche lui affetto da sindrome di Down ma fortunatamente senza problemi al cuore. Oggi ha 22 anni, è affettuoso, solare; è la nostra gioia. Penso alla risurrezione che aspetta tutti noi quando il Signore vorrà. È questo il vero, grande miracolo, e noi, qui sulla terra, abbiamo il compito di prepararci a quel momento. La mia vita non è diversa da prima. Penso a Maria sotto alla croce, alle parole di Gesù a sua madre: “Ecco tuo figlio”, e all’apostolo: “Ecco tua madre”. Come Giovanni rispetto a Maria, siamo tutti figli adottivi. Cecilia e Simona – conclude con un sorriso – dal cielo ci proteggono e hanno preparato il nostro cuore ad accogliere Andrea. Penso a Maria sotto alla croce. Siamo tutti figli adottivi». (Giovanna Pasqualin Traversa)

21 settembre 2020