Scuola. L’augurio di Eraldo Affinati a studenti, famiglie, insegnanti

I ragazzi siano aperti e diano il meglio di sé. I genitori non consegnino i figli “chiavi in mano” agli insegnanti. Questi ultimi si lascino contagiare dal sorriso dei ragazzi. «Oggi c’è bisogno di un “villaggio educativo”»

Essere aperti e tirare fuori in classe il meglio di sé. Non consegnare i figli “chiavi in mano” agli insegnanti. Lasciarsi contagiare dal sorriso dei ragazzi. Sono alcuni dei “consigli” che Eraldo Affinati, scrittore e insegnante romano, fondatore con la moglie Anna Luce Lenzi della scuola Penny Wirton  per l’insegnamento gratuito della lingua italiana agli immigrati, rivolge “idealmente” a studenti, genitori e docenti. Sta per suonare la campanella e a lui, appassionato di insegnamento e di scuola – è in libreria da qualche giorno “Il sogno di un’altra scuola”, sua seconda opera dedicata a don Milani – abbiamo chiesto di rivolgere un messaggio e un augurio ideale ai ragazzi, alle famiglie e agli insegnanti.

Iniziamo dagli alunni. Che cosa direbbe loro?
Anzitutto di pensare alla scuola non come a qualcosa di staccato o addirittura contrapposto alla loro vita ma come a un’espansione della loro esistenza. Molti adolescenti danno il meglio di sé fuori dall’aula. Il mio augurio è che riescano ad esprimere in classe le loro risorse migliori, che sappiano tirare fuori a scuola il meglio di sé. La scuola è vita e la vita deve entrare nella scuola. E poi vorrei dire loro di essere aperti e accoglienti verso chi è diverso o più debole.

Il suo messaggio ai genitori?
La frattura creatasi in molte parti del Paese tra famiglie e scuola è una ferita sanguinosa. Al tempo di don Milani le famiglie erano vicine alla scuola. Quando i bambini si lamentavano che il priore era stato severo o aveva magari dato loro un “nocchino” (uno scappellotto), le mamme rispondevano: “Io te ne do due”. Le famiglie di oggi, invece, sono in molti casi assenti oppure tendono ad ostacolare l’azione educativa. Vorrei chiedere ai genitori di ripristinare il colloquio interrotto con la scuola, di non lasciare soli gli insegnanti consegnando loro i propri figli “chiavi in mano” con una sorta di delega in bianco, né di contrapporsi loro ma piuttosto di partecipare a quell’azione comunitaria che è l’impresa educativa. Oggi non basta un insegnante carismatico; c’è bisogno di un “villaggio educativo”. C’è un’alleanza da ripristinare perché la scuola non è staccata dal mondo, non è un’isola incontaminata: rispecchia tutte le pressioni del Paese e deve affrontare – come la famiglia – le sfide di una società nella quale i valori civili, sociali e morali non sono più saldi come un tempo.

Agli insegnanti, invece, che cosa direbbe?
Anzitutto vorrei dare un consiglio: non lasciarsi schiacciare dalla burocrazia, vera spina nel fianco di ogni docente. Adempimenti, moduli da riempire, riunioni, consigli: un peso opprimente, a volte insostenibile. E poi vorrei dire loro: non entrate in classe convinti di fare i “professionisti”. Questo è il modo migliore per consegnarsi alla sconfitta. Lasciatevi piuttosto guidare dal sorriso dei ragazzi. Se riuscirete a farvi contagiare ed emozionare dalla loro freschezza, dal loro ricominciare tutto da capo, ogni peso diventerà sopportabile. Per chi ne ha l’attitudine e la sensibilità, fare l’insegnante è il mestiere più bello del mondo, ma chiede di entrare ogni giorno in aula con la consapevolezza di dover formare le coscienze dei cittadini di domani. Una responsabilità enorme e un vero atto di speranza.

Personalmente, lei sogna “un’altra scuola”? Se sì, quale?
Vorrei una scuola “abitata” dalla vita. Passioni, emozioni, speranze, sogni dovrebbero trovare nello spazio scolastico il terreno più favorevole per esprimersi e magari realizzarsi. In fondo è la scuola alla quale pensava don Milani. Quando abolì la ricreazione venne equivocato e accusato di voler privare i suoi ragazzi delle pause di svago. In realtà, se il tempo pieno venisse concepito come tempo di vita, se la scuola fosse vita a tutti gli effetti, non ci sarebbe bisogno di ricreazione perché i momenti di allegria e di gioco si alternerebbero naturalmente a quelli di concentrazione, studio e rigore. Dobbiamo avere ben chiaro questo obiettivo, non dobbiamo rinunciare a questo sogno. Come a quello di una scuola davvero accogliente, e non solo verso gli immigrati ma in senso più profondo. Le classi più belle – e lo dico dopo trent’anni di insegnamento – non sono quelle, tristissime, di soli “secchioni” ma quelle eterogenee dove la diversità degli alunni è un valore che arricchisce. Perché non solo i deboli hanno bisogno dei forti ma anche i forti hanno bisogno dei deboli. Il vincente ha bisogno del “perdente”, chi è bravo, di chi fa fatica. Se noi riusciamo a capirlo e a farlo comprendere ai nostri ragazzi, la scuola diventerà il vero laboratorio antropologico dell’Europa da costruire, un’Europa che sappia trarre la sua forza anche nell’accoglienza della diversità e della debolezza. (Giovanna Pasqualin Traversa)

12 settembre 2018