Scuola, l’Italia tra gli ultimi in Europa

Con il 17,6 per cento di abbandono scolastico, il nostro paese è in fondo alla classifica dei Paesi europei, lontana dall’obiettivo del 10% fissato dall’Ue per il 2020. L’assessore Masini: «A Roma, complementarità tra settore pubblico e terzo settore»

«Cartina di tornasole di quando qualcosa non funziona», la dispersione scolastica è «uno dei problemi centrali» per una amministrazione. Paolo Masini, assessore alla scuola di Roma Capitale riconosce il ruolo chiave della politica in quella che molti considerano essere una vera piaga del Paese, con un dato del 17,6% che ci colloca agli ultimi posti della classifica europea. Chiamato a confrontarsi, martedì 20 gennaio in Campidoglio, con le diverse realtà che operano sul territorio nel tentativo di arginare il fenomeno degli early schoolers o drop-out (così come vengono definiti coloro che non arrivano a conseguire il titolo di studio), Masini spiega come il fenomeno rappresenti «non solo un costo economico per la società ma soprattutto un costo umano», tanto più che all’abbandono degli studi spesso si lega, specie nelle periferie, «un dato ancora più allarmante» qual è lo spaccio di droghe o l’aumento della violenza. Finisce che i ragazzi «non te li ritrovi più». Al centro del dibattito, la ricerca “Lost-Dispersione scolastica: il costo per collettività e il ruolo di scuole e terzo settore” promossa dalla ong We-World Intervita, dall’associazione Bruno Trentin e dalla Fondazione Agnelli in collaborazione con Csvnet. Lo studio, che ha interessato le quattro grandi aree metropolitane di Milano, Roma, Napoli e Palermo, ha valutato 248 scuole secondarie, sia di I che di II grado, e 229 enti.

I dati di partenza sono quelli offerti da Eurostat e che raccontano quanto l’Italia sia lontana dall’obiettivo fissato dall’Unione europea per il 2020, che è di ridurre la dispersione al 10%. «Questo fardello – spiega Gianfranco De Simone, ricercatore del progetto – grava sull’economia e sulla crescita del Paese in modo pesante». Il fenomeno dell’abbandono scolastico ha infatti un costo per la collettività stimato tra l’1,4% e il 6,8% del Pil, quindi da 21 a 106 miliardi, a seconda della crescita del Paese. Il terzo settore da solo investe ogni anno 60 milioni di euro per contrastare la dispersione scolastica. Uno sforzo comparabile a quello del ministero dell’Istruzione, che investe circa 55 milioni ogni anno in progetti attivati nelle scuole, principalmente con finalità di recupero. Per quanto riguarda Roma, «gli sforzi di scuole ed enti viaggiano uniti e concordi» realizzando «un rapporto di complementarietà» tra le iniziative del settore pubblico e quelle del terzo settore, che può essere spiegato così: «Si è osservato come, tra le fonti di finanziamento delle attività, quelle pubbliche abbiano un peso maggiore nei bilanci degli enti operanti nella Capitale (60% contro la media del 44,2% delle altre città)» e che, per questo, «presuppongono la collaborazione e la progettualità congiunta con le scuole». Insomma, il controllo sui risultati sarebbe più serrato ma è anche vero che qui prevalgono progetti della durata di un solo quadrimestre o poco più.

«Un disastro», commenta Fiorella Farinelli, a capo delle Scuole Migranti. «Roba che non serve a niente. Occorre invece maggiore continuità, una più elevata qualità degli operatori e numero maggiore di ragazzi da coinvolgere». Quindi una critica al decadimento della scuola italiana, «che affida ai compiti a casa il successo scolastico degli studenti. Ciò significa – spiega – che tutte le famiglie sono caricate di un lavoro che spesso non possono assolvere per tante ragioni, perché ad esempio i genitori sono impegnati fuori casa tutto il giorno o, pur volendo, non sanno come fare. È il caso dei genitori stranieri con scadente conoscenza della lingua italiana, che così si trovano in difficoltà dinanzi ai testi scolastici dei figli». Rispetto ad altri Paesi infatti «l’Italia ha la specificità del testo scritto, per cui si perdono colpi anche su altre materie che sono invece tecniche e pratiche, come l’informatica, il disegno e persino l’educazione fisica. Questo vuol dire peggiorare il profilo classista della scuola».

Concorde che non esista «una taglia unica» per tutte le realtà territoriali, sociali e per tutte le scuole, Graziella Conte, insegnante, mette il dito nella piaga della formazione continua a cui dovrebbero sottoporsi i docenti e che «non esime gli operatori extrascolastici che spesso si improvvisano nel mettere in piedi tanti micro-progetti». Fabrizio Da Crema, responsabile Istruzione e Formazione Cgil nazionale, lamenta come l’Italia non abbia «una politica economica che punti su qualità e innovazione». Dunque, di riflesso, vi sarebbe «una scarsa domanda di conoscenza» che è alla base della convinzione che «studiare non serva». Occorrerebbe invece puntare su «un sistema integrato tra scuola, mondo del lavoro, famiglie e terzo settore» e su «un apprendimento permanente, altrimenti le competenze, se non esercitate e aggiornate, declinano».

21 gennaio 2015