Tempo di giudizi sui ragazzi, serve la massima attenzione  

Le valutazioni di fine anno sugli alunni sono tra le decisioni più serie e importanti che i docenti sono tenuti a prendere. Agli adulti il compito di dargli dignità e attenzione

In diciassette anni ho litigato sul serio con un collega una volta sola. Si tratta di un episodio di qualche anno fa, che ricordo perfettamente. Siamo agli scrutini di giugno, fa caldo, la classe è problematica, ci sono varie situazioni da discutere. Verso la fine tocca a un ragazzo con quattro insufficienze, due gravi, due al limite della sufficienza. Il dirigente chiede i nostri pareri, la stanchezza inizia a farsi sentire, c’è il nervosismo frutto di un anno tutt’altro che facile.

Seduto sul banco accanto a me ho un collega, uno di quelli che ha dato una delle insufficienze non gravi, ma che di fatto è del tutto disinteressato alla discussione. Lo vedo distrarsi, mandare ogni tanto qualche messaggio con il telefono, insomma non partecipa nel modo dovuto alla discussione. Il lavoro del Consiglio va avanti, a un certo punto si incaglia, di fatto si sta decidendo se questo ragazzo dovrà ripetere l’anno o no. Io inizio a caricarmi di nervosismo, so già che il dirigente a breve chiederà il suo parere, se quel cinque dato possa salire a sei o se debba rimanere tale. Per altro si tratta di un dirigente corretto, da sempre noto per il rispetto delle decisioni dei docenti, mai uso a forzature. Eppure il mio collega continua di fatto a fregarsene, è con la testa altrove, pensa ad altro, fa altro.

Infine il momento arriva. Il dirigente gli chiede di decidere, se ci siano motivi validi per mantenere il cinque o per sollevarlo alla sufficienza. Il mio collega viene assolutamente colto in contropiede, come se improvvisamente capisca per la prima volta di cosa si stia parlando. Temporeggia, cincischia, si rivolge a me e sottovoce mi fa questa testuale domanda: «Ma di quale alunno stiamo parlando?». Io impietrisco, lui sfoglia le sue carte e infine non solo non dà immediatamente il suo parere, peggio, cambia a voce alta giudizio un paio di volte tra sufficienza e non sufficienza. Il dirigente sbuffa, sollecita una decisione, il Consiglio esasperato vuole arrivare a un punto, quale esso sia. Il collega alla fine si pronuncia e la sua scelta risulta essere dirimente per l’esito finale dell’alunno.

A quel punto però intervengo io. Chiedo parola al dirigente, quindi chiedo conto al mio collega della sua distrazione. Lui sembra cadere di nuovo dalle nuvole. Io dico che a mio parere si è riflettuto in modo poco attento sulla situazione. Lui si inalbera, il dirigente gestisce il diverbio e domanda al mio collega se abbia qualcosa da aggiungere. «No», risponde lui, lo scrutinio termina. Entrambi usciamo sul corridoio e a quel punto litighiamo. Lui insiste che io avrei dovuto farmi gli affari miei, io ribatto che decidere se respingere o meno o un ragazzo sia una delle decisioni più serie e importanti che da docenti siamo tenuti a prendere. Andiamo avanti a lungo, e va detto che alla fine riusciamo anche in parte a riconciliarci, pur nella convinzione reciproca dell’errore dell’altro.

Perché il racconto di questo episodio? Perché questo è tempo di giudizi, e a prescindere dall’esito (non ho volutamente chiarito chi tra me e il mio collega fosse per la promozione o per la bocciatura) si tratta di uno degli atti che più di tutti possono pesare sulla vita dei nostri ragazzi. A noi adulti spetta il compito di dare a questa funzione la più alta dignità e attenzione possibile. Guai se ciò venisse a mancare.

28 maggio 2019