Una scelta dal sapore demagogico

La reazione della diocesi di Roma alla decisione del primo cittadino della Capitale di trascrivere nei registri comunali i matrimoni celebrati all’estero da alcune coppie omosessuali, nell’editoriale pubblicato sul numero di Roma Sette in edicola ieri, 19 ottobre, con Avvenire

Alla fine il dado è tratto, potremmo dire citando una frase passata alla storia. Ma c’è ben poco di storico nella decisione del sindaco di Roma Capitale, Ignazio Marino, di trascrivere nei registri comunali i matrimoni celebrati all’estero da alcune coppie omosessuali che ne hanno fatto richiesta. È solo una scelta ideologica, che certifica un affronto istituzionale senza precedenti, nel solco di provvedimenti analoghi operati da alcuni sindaci italiani. Nonostante la piena consapevolezza di procedere a una violazione delle leggi e malgrado una circolare chiarificatrice del ministero dell’Interno, il sindaco, da poco anche a capo della nuova città metropolitana, è andato avanti sulla strada annunciata già da settimane con (cercato) rilievo mediatico. E sabato 18 ottobre ha dato corso, in un contesto dal tono hollywoodiano tra microfoni e telecamere, al suo intento dal chiaro sapore demagogico, spalleggiato da una maggioranza guidata da alcune frange più attente all’ideologia che al bene comune.

Non si capisce infatti su quale fondamento giuridico si possa basare la decisione che parifica nei registri dello stato civile comunale le unioni omosessuali celebrate in altri Paesi alle nozze celebrate in Italia, chiaramente solo fra uomini e donne. Non certo su un preteso appiglio alla Corte Costituzionale, visto che la Consulta, riflettendo la normativa del Codice civile, ha già sentenziato che il matrimonio «postula la diversità di sesso dei coniugi» e che le unioni omosessuali non possono essere paragonate al matrimonio tra un uomo e una donna; né su norme nazionali, tuttora inesistenti. Alla base c’è soltanto una mistificazione, ben sostenuta a livello mediatico e politico e alimentata da un linguaggio che mira a distorcere la realtà. Frasi come «l’amore deve vincere su tutto» fanno parte di questa battaglia che poco ha a che vedere con il diritto e con la politica al servizio della gente.

Sia chiaro, l’amore è cosa che sta a cuore anche a noi, più di ogni altra. Quello autentico, del vivere e soffrire nella fatica del quotidiano accanto a una persona, anche dello stesso sesso. Ma pensare che ciò basti per avallare scelte del resto illegittime, chiamando una cosa con il nome di un’altra, significa barare, essere autori di una gigantesca manipolazione del vero. Ed è ciò che sta accadendo (non da ora), in quell’ambito delicato che è l’affettività e la trasmissione della vita. A corredo della battaglia «politicamente corretta» della trascrizione delle unioni gay, oltre all’affannoso tentativo di varare un inutile registro delle unioni civili, c’è l’attacco scomposto a chi nega la possibilità di quelle trascrizioni attraverso l’utilizzo del logoro bagaglio di parole come «medievale» e «cultura dell’Ottocento» – lessico impregnato di intolleranza – e la strumentalizzazione perfino di quanto dice il Papa. Dispiace molto che protagonista di questa storia sia il primo cittadino della Capitale d’Italia, il quale dovrebbe farsi carico di custodire il ruolo di Roma come patria del diritto.

La vita della città chiama invece ad altre urgenze reali. C’è un bene collettivo da promuovere a ogni costo, specialmente in questo tempo di crisi morale ed economica, di sofferenza delle famiglie e delle persone, di disagio dei giovani, di fatica del vivere nella metropoli. Una provocazione come quella del sindaco Marino lascia amarezza e sconcerto, resta un mero vessillo dell’ideologia sul Campidoglio. Una ferita alla città e alla legge, che non serve a niente e a nessuno.

20 ottobre 2014