Una scintilla di grazia dall’attrito con la vita
La fatica quotidiana di una madre che cresce suo figlio in un’età sfiancante, il senso stesso delle piccole grandi lotte quotidiane che costellano la vita delle persone
Ieri sera, mentre facevo la coda alla cassa del supermercato, ho colto un momento che mi è parso significativo. Saranno state le sette di una serataccia di novembre, i volti in fila erano stanchi, quelli delle persone che tornano a casa dopo il lavoro e si ricordano che c’è anche da preparare la cena, perché nessuno c’ha pensato (bisognerebbe fargli un monumento alla dignità di quei volti). Davanti a me c’è una madre che imbusta la spesa, è aiutata dal figlio, più o meno un sedicenne, ha i capelli ancora umidi e trascina con sé la borsa dell’allenamento. Riesco appena a rubare qualche parola di lei, sussurrata al figlio e senza guardarlo, mentre infila i prodotti nella busta: «S’era detto che avresti studiato, non posso starti dietro in eterno, sono stanca». Lui prova a rassicurarla mentre l’aiuta, è cupo in viso, «ma tanto mi rinterroga» le dice a bassa voce, poi si avviano verso la porta scorrevole.
Per qualcuno, per molti, parrebbe questo un quadretto del tutto irrilevante. Una madre, al ritorno dal lavoro e alle prese con un figlio svogliato, forse ha appena visto un votaccio sul registro elettronico al telefono, magari mentre andava a riprenderlo all’allenamento, imbottigliata nel traffico nell’ora più maledetta della città. Un figlio che continua a non prendere il verso giusto, uno dei tanti, è nelle cose, che si svegli o vada a lavorare. Una banale scena familiare insomma, niente di che, una di quelle sulle quali al massimo si potrebbe spendere qualche parola dopo un caffè o un commento inacidito su Facebook. Ma in quel momento, e lo dico convintamente, ho provato un grande senso di rispetto e di vicinanza verso quella donna, verso la casa dove sarebbero arrivati una volta usciti dal supermercato e della quale non so nulla. Eh sì, perché quella stanchezza, quella patina di sfinimento silenziosa e pacata ma assoluta come certa nebbia, mi è sembrata immediatamente la cosa più vera e umana che avevo avvicinato in quella giornata. Perché quella donna avrebbe comunque continuato a esserci durante una cena magari fatta di tensioni, perché l’indomani, ne sono certo, avrebbe salutato il figlio incoraggiandolo di nuovo. Mi sono detto: certo, ti colpisce perché in fondo è la tua esperienza, anche tu hai sentito a volte il peso di essere genitore, di sentirti inadatto, inadeguato.
Ma poi, questa mattina, mi sono anche detto che non è solo questione di genitori e figli, ma che quella fatica riguarda tutti e dice qualcosa di importante, che è di tutti: è il senso stesso delle piccole grandi lotte quotidiane che costellano le vite delle persone. Penso a quella massima che avremo sentito mille volte: «Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile, sempre». Ecco, nella fatica quotidiana di quella madre che cresce suo figlio in quell’età così sfiancante, anche nel tentare di giustificarsi di quel figlio, m’è parso di vedere una scintilla luminosissima di grazia: quella che nasce da quell’attrito con la vita, di quella madre e di quel figlio, il mio, il tuo che stai leggendo, quell’attrito che genera e risignifica silenziosamente, quotidianamente, spesso dolorosamente, il senso stesso e la dignità del nostro continuare a essere qui.
24 novembre 2021

