Venezuela: sequestrato il passaporto al cardinale Porras

L’arcivescovo emerito di Caracas lo racconta in una lettera ai confratelli vescovi. «Senza uguaglianza di diritti, senza la possibilità di essere informati, difficilmente può esserci giustizia ed equità»

Il cardinale Baltazar Porras, arcivescovo emerito di Caracas, è stato fermato ieri mattina, 10 dicembre, all’aeroporto internazionale di Maiquetía, lo scalo di Caracas, da dove avrebbe dovuto prendere un volo per la Spagna. Lo racconta lui stesso in una lettera aperta inviata ai confratelli vescovi del Venezuela, riferendo come le autorità del regime Marudo gli hanno sequestrato il passaporto e quindi impedito di partire. «Qualcosa che fa male – scrive -, perché viola i diritti che abbiamo come cittadini». E proprio nella Giornata internazionale dei diritti umani.

Porras racconta che era diretto a Madrid «per adempiere agli impegni ecclesiastici». Il ritorno a casa era programmato per il 21 dicembre. «L’ufficiale mi ha detto che aveva controllato il mio passaporto, perché non era aggiornato e doveva controllarlo – racconta -. Lo ha portato via insieme alla carta d’imbarco per mostrarlo, immagino, al suo superiore. Dopo un po’, questa persona mi ha detto che il passaporto presentava dei problemi e che loro non potevano fare nulla». Dopo un’ora e mezza, prosegue, «è arrivato un soldato e mi ha detto che non potevo viaggiare. Gli ho chiesto di restituirmi il passaporto per andare a ritirare la mia valigia. Anche per andare in bagno il funzionario mi ha seguito da vicino, chiedendomi dove stessi andando».

Tutto questo è avvenuto alle 8 del mattino, 30 minuti prima della partenza del volo. «Lei non può viaggiare, mi segua», le parole del funzionario riferite dal porporato. Al piano superiore, dove arrivano i passeggeri, «mi hanno fatto firmare dei documenti in cui si diceva che per “inadempienza delle norme di viaggio” non potevo partire – prosegue il racconto -. Ho voluto fare una foto a quel documento, ma non me lo hanno permesso, e non in modo molto gentile. Se avessi insistito per scattare la foto, hanno minacciato di arrestarmi. Ho seguito il soldato, chiedendogli ripetutamente di restituirmi il passaporto. Alla fine, mi ha consegnato solo la carta d’imbarco per ritirare il bagaglio. Mi ha accompagnato fino all’uscita dei passeggeri, in arrivo dall’estero. Gli ho chiesto più volte cosa dovevo fare, e dove potevo andare. Mi ha risposto che fuori mi stavano aspettando. Una volta superata la porta scorrevole, si è voltato e, quando la porta si è chiusa, sono rimasto solo fuori, senza sapere dove andare. Una gentile signorina del servizio informazioni passeggeri mi ha indicato di andare al banco della compagnia aerea, dove mi hanno assistito bene e ho aspettato circa un’ora per ritirare il bagaglio. Nessuno ha saputo darmi informazioni sul passaporto e qualcuno mi ha suggerito di non perdere tempo qui a Maiquetía. Di tornare a Caracas. Sono salito con la stessa persona che mi aveva portato all’aeroporto e ora sono a casa».

Nelle parole del porporato, la gratitudine per i messaggi ricevuti ma anche una nota di amarezza: «Senza uguaglianza di diritti, senza la possibilità di essere informati, difficilmente può esserci giustizia ed equità».

Intanto sempre nella giornata di  ieri la Commissione Giustizia e pace della Conferenza dei religiosi e delle religiose e della vita consacrata del Venezuela ha diffuso un messaggi in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani. «Oggi – si legge nel testo – rendiamo grazie a Dio per gli attivisti dei diritti umani e le loro organizzazioni. Preghiamo e lavoriamo per un Venezuela libero dalla violenza interna ed esterna, dove tutti i venezuelani possano godere del pieno accesso ai diritti umani fondamentali, in particolare dove sia rispettato il diritto alla vita, all’istruzione, al lavoro, alla salute, alla libertà di pensiero, di religione e di organizzazione, tra gli altri diritti».

Ancora, «eleviamo le nostre preghiere al Dio della vita e della storia per un Venezuela libero dalla violenza – prosegue il messaggio -, dove possiamo risolvere le nostre differenze e i nostri conflitti in modo pacifico. Preghiamo e lavoriamo nella nostra quotidianità per una riconciliazione con giustizia, in particolare per il ricongiungimento dei detenuti politici con le loro famiglie, e anche per il rispetto della sorella e madre terra, la nostra casa comune. La difesa dei diritti umani è un cammino richiesto dalla nostra fede ed espresso nell’insegnamento sociale della Chiesa, nonché un appello costante di Gesù Cristo stesso che ci ha detto: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10) e “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati” (Mt 5,6)».

11 dicembre 2025