Watson e l’inesorabilità della sorte

“Uno di noi”, uscito negli Usa nel 2013 e portato sugli schermi da Thomas Bezucha, e il racconto “in presa diretta” di una natura che avanza cieca verso la propria dissoluzione

«La sirena in cima alla stazione dei vigili del fuoco di Dalton, North Dakota, sta ululando, come fa tutte le volte a quest’ora per cinque giorni alla settimana. Il suo lamento spaventa gli stormi di uccelli appollaiati sul tetto della stazione e li fa volare via; succede ogni giorno, per cinque giorni; eppure quelle bestie non hanno ancora imparato quanto costanti e prevedibili siano le vite umane»: sin dall’inizio il romanzo di Larry Watson (1947), Uno di noi (Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli, pp. 255, 16 euro), fa pensare alla scena di un film. Tuttavia in questo esordio si nasconde anche lo spirito profondo del testo che sotto sotto intende evocare l’inesorabilità delle nostre sorti alle quali inutilmente vorremmo sottrarci. La natura avanza cieca verso la propria dissoluzione che reca in sé il principio della rinascita, spesso ignoto agli esseri umani.

Il libro, uscito per la prima volta in Usa nel 2013, è stato poi davvero portato sugli schermi da Thomas Bezucha, circa un anno fa, con la partecipazione di Diane Lane e Kevin Costner, i quali interpretano l’indimenticabile coppia di anziani protagonisti, i coniugi Blackledge: Margaret, determinata a recuperare, a ogni costo, Jimmy, il nipotino,
e George, ex sceriffo, che in verità sembra abbastanza perplesso, perché capisce che il pargoletto ormai è andato via e non avrebbe senso contrapporsi al destino. Fosse per lui, direbbe a sua moglie: Let him go (Lascialo andare), come recitava il titolo originale. Margaret però ha la testa dura, non vuole sentire ragioni: dopo la morte del figlio, James, caduto accidentalmente da cavallo, avrebbe voluto tenersi il piccolo – sangue del suo stesso sangue – e quando la giovane mamma, precocemente vedova, Lorna, s’era innamorata di Donnie Weboy, trasferendosi armi e bagagli a casa sua, non aveva sopportato di saperlo così lontano, nelle grinfie di un famigerato clan familiare capeggiato dalla terribile Blanche, una specie di megera che comanda tutti a bacchetta.

Trattandosi di un thriller, ambientato nel 1951 (molto fascino emana dal bianco e nero di un’America ancora spoglia, ai confini del Canada), non riveleremo come andranno le cose, ma è chiaro che i due pensionati procedono diritti verso il baratro seguendo incantati la stella fissa dell’inconsapevole bambino. Che non ha nessuna colpa e pare, lui sì, biasimare la cocciutaggine degli adulti pronti a farsi male pur di strapparlo all’avversario. L’uso del presente, in particolare, conferisce al racconto un’andatura quasi in presa diretta: ogni capitolo pare arrestarsi sull’orlo dello strapiombo. I personaggi che, di volta in volta, intervengono nel corso della narrazione, come preparando lo scontro finale, assomigliano a comparse di un dramma annunciato: compreso l’indiano Alton Dragswolf, presago della tragedia, nel quale rivivono i fantasmi dei padri spodestati dall’uomo bianco.

26 luglio 2021