Zuppi: «Canestri amò la Chiesa delle periferie»

A Santa Maria degli Angeli, Messa in suffragio del cardinale di origini piemontesi che iniziò la sua attività pastorale da «prete romano»

A Santa Maria degli Angeli, Messa in suffragio del cardinale di origini piemontesi che iniziò la sua attività pastorale da «prete romano». «Era un uomo conciliare»

Il cardinale Giovanni Canestri è stato un uomo di grande preghiera, pieno di garbo e gentilezza. Aveva una grande prossimità verso i più poveri e una continua attenzione per i giovani. Sempre gioioso di seguire la Chiesa con spirito di servizio. Si ripetono con affetto i ricordi dei sacerdoti che venerdì sera, 29 maggio, nella basilica di Santa Maria degli Angeli hanno partecipato al trigesimo della morte dell’arcivescovo emerito di Genova, morto a 96 anni, dopo un lungo impegno sacerdotale prima come parroco, poi vescovo per 54 anni e infine come cardinale negli ultimi 27 anni. Tra i fedeli, anche le suore Apostole del Sacro Cuore di Gesù che lo hanno assistito negli ultimi anni. A presiedere la celebrazione eucaristica, il vescovo del settore centro monsignor Matteo Zuppi.

«Tutti noi abbiamo ricevuto qualcosa in tempi così lontani – ha premesso Zuppi -. Con affetto rimasto così immutato, conserviamo nel cuore il senso di un uomo di profonda preghiera, che ha vissuto tutto il cambiamento di questi anni. Questa celebrazione per noi è un ringraziamento per il dono che è stata la sua vita, lunga e benedetta». Canestri «era un uomo conciliare, aveva una formazione di un certo rigore, ha vissuto pienamente con grande responsabilità il Concilio. Nonostante la debolezza, la fragilità degli ultimi anni – ha proseguito Zuppi – manteneva il garbo, la gentilezza, il rispetto che rivelava quella benedizione profonda che aveva nel godere dei tanti frutti del suo ministero».

Nato nel 1918 a Castelspina, nell’alessandrino, Canestri si trasferì a Roma dopo la maturità. Eppure, «don Giovanni era un prete romano», anche se ha detto sorridendo Zuppi, «non ha mai parlato con accento romanesco, nonostante abbia vissuto in quelle nelle periferie della nostra città», dalla Garbatella, a Pietralata, all’Appio-Latino, e poi ancora a Ottavia e a Casalbertone. «Tanto amore per i poveri – ha ricordato il vescovo – nasceva dalle periferie che lui amava profondamente, ha fatto sua questa umanità. Era forte in lui l’amore per questa chiesa concreta, per le periferie che ha servito. Credo che questa sua caratteristica, la gioia di seguire la chiesa di Roma, don Giovanni l’abbia portato sia a Cagliari che a Genova». Le due sedi vescovili che lui guidò, la prima per tre anni dal 1984, la seconda fino al 1995.

«Ho avuto la fortuna di essere parroco e lui vice a San Giovanni Battista de Rossi e posso assicurare con certezza che la Chiesa di Roma ha perso un vero apostolo dei giovani, un altro don Bosco», ha voluto testimoniare monsignor Alfredo Maria Sipione, rettore della basilica di Santa Albina all’Aventino, classe 1919. «Era talmente amante dei giovani che dietro la porta della stanza aveva l’elenco di tutti, e ogni giorno segnava le presenze. Il padre, quando veniva a trovarlo, diceva: “ho speso tanti soldi per il seminario e adesso mi chiedi i soldi per i giovani?”. Li seguiva tutti i pomeriggi fino alla sera, assistendoli anche nel campo sportivo. Si avvicinava e li sorvegliava, e poi gli si rivolgeva singolarmente. “Ma di che gli parli?”, gli chiedevo. E lui: “Prima comincio a chiedere degli studi e poi gli parlo di Dio”. Erano talmente legati a lui che quando tornava a Roma da vescovo di Cagliari, venivano sempre a trovarlo».

«In due anni, da quando sono parroco della basilica – ha confermato don Franco Cutrone – sono venute tante persone che lui ha cresciuto e ora sono ormai anziani. Ha seminato tanto e ha raccolto, con segno di benevolenza, familiarità». «Dal 1959 al 1961 è stato il mio padre spirituale – ha aggiunto monsignor Virgilio la Rosa, direttore dell’Ufficio matrimoni del vicariato -. Lo ricordo sempre con piacere per la sua riservatezza, la bontà e la discrezione. Ci ha accompagnato per il sacerdozio, ora resta l’affetto e la riconoscenza per tutto quello che ci ha dato».

 

1 maggio 2015