“Addio alle armi”, il capolavoro sottovalutato di Hemingway

Una vicenda corale ricostruita con sapienza, nella quale il sentimento del paesaggio sfigurato dalle bombe irradia una luce obliqua sugli uomini impegnati in un reciproco, assurdo, a tratti incomprensibile massacro

Cento anni fa finiva la prima guerra mMondiale: le bandiere italiane sventolavano festose a Vittorio Veneto ma i cadaveri di milioni di uomini lasciati a marcire nelle trincee europee spegnevano il sorriso dei sopravvissuti. A chiunque volesse trovare un compendio lirico dei testi italiani ispirati al grande conflitto che ridusse in macerie il Vecchio Continente consigliamo la lettura di Le notti chiare erano tutta un’alba, a cura di Andrea Cortellessa, ristampato qualche mese fa da Bompiani. Quanto ai romanzi, ce ne sono tanti: dal Viaggio al termine della notte di Louis Ferdinand Céline a Niente di nuovo sul fronte occidentale di Enrique Marie Remarque, per citarne soltanto due fra i maggiori.

Quello che a me resta di più nella memoria è Addio alle armi (1929) di Ernest Hemingway, forse perché lo lessi per la prima volta da adolescente: troppo spesso ancora oggi mi sembra un capolavoro frainteso e in molti sensi sottovalutato, in quanto si tende a considerarlo una semplice storia d’amore. È innegabile che lo sia: ma il rapporto sentimentale fra Frederic Henry, ufficiale volontario nei reparti sanitari dell’esercito italiano, e Catherine Barkley, infermiera inglese pronta ad assisterlo dopo una grave ferita al ginocchio (la medesima di cui fu vittima l’autore a Fossalta di Piave), diventa il perno narrativo di una vicenda corale ricostruita con rara sapienza nella quale il sentimento del paesaggio sfigurato dalle bombe irradia una luce obliqua sugli uomini impegnati in un reciproco, assurdo, a tratti incomprensibile massacro.

Lo stile in certi punti mostra la sintesi del taccuino, in altri assomiglia a un’onda leggera. Quando la donna si accorge di essere incinta, l’americano diserta per raggiungerla: riuscirà nel proprio intento, tuttavia non potrà dire di avercela fatta. Chi vince non prende niente: questo è del resto l’assioma di tutta l’opera hemingwaiana, dai Quarantanove racconti al Vecchio e il mare. Le scene del romanzo si susseguono una dietro l’altra al pari di cartoni teatrali: il fronte sul Tagliamento con le truppe acquartierate in attesa di essere mandate all’assalto, l’ospedale Maggiore a Milano dove Frederic trascorre la breve convalescenza, la fuga a Stresa, l’attraversamento del lago, la latitanza in Svizzera. Giustamente celebre rimane l’episodio di Caporetto quando il giovane tenente, dopo aver guidato i suoi sottoposti nella confusa ritirata, viene arrestato dai carabinieri che lo credono una spia e, pochi secondi prima di essere fucilato, riesce a scappare gettandosi nel fiume.

Forse nessun altro scrittore è stato capace di rievocare quel momento tragico coi comandi superiori assolutamente inadeguati a fronteggiare il contrattacco nemico e i reparti italiani quasi allo sbando. Nelle pagine composte da Hemingway la disorganizzazione militare si mischia alla consapevolezza di vanità, come se il protagonista, al cospetto della violenza ferina, avesse intuito l’inutilità dell’impegno nella storia e si fosse quindi accasciato in un esito fatale. È questa, a ben riflettere, la vera sconfitta di Frederic, prima ancora del drammatico finale quando, uscendo dall’ospedale dove Catherine è morta col bambino, alzerà il bavero dell’impermeabile restando da solo sotto la pioggia battente. Secondo tale visione ogni tentata felicità individuale, in assenza dello scatto di fraternità ungarettiano, è destinata a fallire.

13 novembre 2018