Casa Betania, 25 anni nel segno dell’accoglienza

Domenica 10 giugno la visita del vicario Angelo De Donatis. In 25 anni sono stati accolti 150 bambini soli e 130 mamme con figli. Il presidente Bellavitis: «Qui arrivano persone ferite dalla vita»

Un bambino si affaccia dalla finestra. Un altro fa capolino dalla porta. In quei disegni sono depositati i sogni di tanti piccoli che in 25 anni sono stati accolti a Casa Betania. Un albero con tante braccia che ha cercato di rispondere alle esigenze crescenti di una società frammentata e sofferente. Domenica 10 si è festeggiato il compleanno con molte iniziative e la Messa celebrata dall’arcivescovo vicario, Angelo De Donatis. È il 1993 quando nasce il progetto “Casa Betania” promosso da un gruppo di famiglie dell’Associazione “Famiglia Aperta”.

In 25 anni sono stati accolti 150 bambini
soli e 130 mamme con figli grazie alla generosità delle suore Calasanziane che hanno dato in comodato d’uso gratuito gli immobili. «Arrivano da noi persone ferite dalla vita. Nostro compito è riportarle all’autonomia», spiega Marco Bellavitis, presidente della cooperativa Casa Betania. Nel tempo è cambiato il volto di questa realtà. Prima ospitava immigrati che cercavano di superare la povertà e la solitudine; oggi approdano persone ferite anche dalla violenza.

«Il viaggio verso la nostra terra
è un approdo dopo tante umiliazioni», racconta Matilde Dolfini, responsabile dell’area progetti di Casa Betania. «Devono acquisire fiducia e sicurezza in se stesse e nel mondo. Riscoprirsi belle – spiega Matilde –. Sono molto giovani. Durante il viaggio si è rotto qualcosa nel loro cuore. Devono ricomporre i pezzi della loro vita. È un percorso lento e difficile. Talvolta con loro ci sono i figli piccoli o sono in attesa. Per scelta abbiamo case piccole proprio per dare a queste persone quel clima che permetta di respirare il senso della famiglia».

Oggi Casa Betania ha molte strutture pronte ad abbracciare diverse fragilità. «Abbiamo cercato di aiutare anche i bambini con disabilità. Alcuni di loro erano stati abbandonati negli ospedali – spiega il presidente Bellavitis –. Per loro non si trovavano persone pronte ad accoglierle, così abbiamo pensato a degli appartamenti idonei. Nasce così la “Casa di Chala e di Andrea”. Oggi sono tre le strutture che fanno questo servizio».

«Il primo ragazzo con disabilità
che abbiamo accolto – continua Bellavitis – oggi ha 21 anni». Ma l’emergenza che Casa Betania si trova ad affrontare è la fragilità psichica. «Non riguarda solo le migranti, ma anche le italiane», spiega Matilde Dolfini, responsabile dell’area progetti di Casa Betania. Un percorso per ogni esigenza. Cuore di questo cammino verso una nuova vita è il lavoro. Così si è cercato di far incontrare le professionalità di queste donne con le esigenze del territorio. L’altro passaggio verso l’autonomia è la gestione dei figli. Alcuni frequentano gli asili pubblici e quando non è possibile si è creato un centro diurno “Nido d’ape” che attualmente ospita 15 bambini. Casa Betania è un luogo da cui si riparte e a cui si ritorna.

«Molti degli ospiti rimangono legati alla comunità e questo crea una rete di rapporti che durano nel tempo», sottolinea Bellavitis. Inoltre, la cooperativa è garante di case prese in affitto dove le ospiti possono vivere per poi inserirsi nel tessuto sociale. Ma anche i bambini soli trovano un abbraccio. «È molto bello vedere questi bambini che, grazie all’adozione, trovano una famiglia – racconta Bellavitis –: c’è una fecondità in questo luogo. Si può essere genitori oltre l’aspetto biologico. La felicità è possibile. Ogni persona è unica e preziosa – dice convinta Matilde Dolfini che ci sottolinea la ricetta di Casa Betania –. Abbiamo una responsabilità verso le persone che incontriamo».

 

11 giugno 2018