Cauda: «Essere usciti dalla pandemia non vuol dire che non c’è più il Covid»

L’infettivologo spiega il momento di «sostanziale cambiamento epidemiologico». Crescono ricoveri e accessi in terapia intensiva, ma «la situazione è contenuta». Vaccinazioni in linea con il passato ma c’è «stanchezza» sul tema. «Serve senso di responsabilità individuale»

Roberto Cauda, infettivologo al GemelliLa situazione attuale legata alla diffusione del Covid19 «era largamente prevedibile» perché sebbene «la pandemia a maggio scorso sia stata dichiarata conclusa dall’Oms» l’esperienza ci ha dimostrato che «i virus e i contagi non si aprono e si chiudono come con un interruttore». A commentare i dati diffusi dall’ultimo bollettino settimanale del ministero della Salute – relativi al periodo dal 30 novembre al 06 dicembre – secondo cui i nuovi casi di positività al virus sono 59.498, in salita rispetto ai 7 giorni precedenti quando erano stati 52.177, è Roberto Cauda, già direttore dell’Unità malattie infettive del Gemelli e docente di Malattie infettive all’Università Cattolica e al Campus Biomedico di Roma.

Che momento stiamo vivendo in Italia, professore?
Siamo in un sostanziale cambiamento epidemiologico: non abbiamo e non avremo più le grandi ondate, qualcuno ha parlato di “ondine”. L’attuale aumento dei contagi è legato al circolare di nuove varianti perché il virus circolando muta; la predominante è la variante EG.5 che provoca prevalentemente raffreddori e mal di gola, interessando quindi le alte vie respiratorie e provocando invece meno polmoniti, che sono rare. Del resto, dall’autunno 2021 abbiamo assistito ad un cambio di passo del virus, con più di 50 mutazioni, fino ad arrivare ad Omicron, mentre le precedenti, come Delta o quella di Wuhan, non circolano più. E le mutazioni sono in genere meno pericolose e portano appunto a forme meno gravi di malattia. Siamo in quella che si chiama “zuppa” o “sciame” di Omicron.

L’ultimo bollettino diffuso informa però che i decessi sono stati 307, sebbene i tassi di ospedalizzazione/mortalità aumentino con l’età tanto che i valori più elevati si rilevano nella fascia d’età sopra i 90 anni.
I dati relativi ad un aumento dei ricoveri e degli accessi in terapia intensiva e anche di mortalità ci sono e sono in crescita ma la situazione è contenuta. C’è una popolazione di persone fragili, che possiamo indicare dai 60-65 anni in su, e poi ci sono quelle persone che hanno malattie sottostanti e per le quali c’è un rischio maggiore e una più alta probabilità che il contagio abbia conseguenze serie nonostante le 3 dosi di vaccino somministrate e nonostante il virus abbia una minore propensione a portare alla polmonite. Bisognerà cercare di convincere queste persone a fare la vaccinazione, ricordando che si tratta di un vaccino che dà una protezione proprio rispetto alla forma grave di malattia, rappresentando uno stimolo al proprio sistema immunitario. Quest’anno, poi, anche a motivo del minore uso delle mascherine rispetto agli anni passati, circola molto anche l’influenza e questo porterà a un doppio picco di malattia, per cui le persone fragili dovrebbero fare anche il vaccino anti-influenzale.

Perché c’è invece una resistenza a fare le vaccinazioni?
Le vaccinazioni sono state fatte in numeri accettabili, quanto meno in linea con il passato. Ma io credo di fatto che ci sia una stanchezza generale rispetto al tema del Covid, che si pensa sia stato messo al palo e che sia un problema archiviato. Di sicuro il pericolo viene percepito in modo diverso. Però serve ricordare che il fatto che siamo usciti dalla pandemia non vuol dire che non c’è più il Covid.

Rimangono valide per tutti le precauzioni legate all’uso della mascherina e le altre accortezze per la prevenzione. 
Sì, certamente. Deve esserci un senso di responsabilità individuale, anche in vista delle festività natalizie per cui prima di riunirsi per proteggere le persone fragili, se nel dubbio, è possibile fare un tampone, anche in farmacia. Io credo infatti che la situazione sui contagi sia più importante rispetto ai dati oggettivi perché molte persone eseguono il tampone in casa e questi casi non visti, che credo siano tanti, sfuggono al controllo. Tuttavia c’è una larga parte della popolazione vaccinata con almeno tre dosi – che garantiscono una immunità cellulare che dura nel tempo – che fa da scudo al virus e che porta a ridurre le forme gravi.

12 dicembre 2023