Censis: Italia paese “in attesa”, tra prudenza e solitudine

Presentato il 48mo Rapporto del Centro studi. Ne emerge una politica italiana che «gira a vuoto» e «il progressivo fallimento di molte riforme». I giovani tra i 15 e i 34 sono il 50,9% del totale dei disoccupati

Incapace di incidere positivamente sull’economia e sulla società italiana, a dispetto dei pur molteplici governi che si sono succeduti nel tempo, la nostra è una «politica che gira a vuoto».  Un giudizio tranchant, quello del Censis che nel suo 48esimo Rapporto – presentato a Roma il 5 dicembre – interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese alla luce della difficile congiuntura in atto. Il dossier sottolinea «il progressivo fallimento di molte riforme», spesso «inadatte a formare una visione unitaria di ciò che potrà o dovrà essere il Paese nei prossimi decenni». Così è stato, ad esempio, per le riforme del mercato del lavoro, che «nel perseguire la flessibilità hanno generato precarietà». C’è di più. Il Censis evoca addirittura il rischio che le periferie si incendino: l’Italia «ha fatto della coesione sociale un valore e si è spesso ritenuto indenne dai rischi delle banlieue parigine», ma le problematicità ormai incancrenite di alcune zone urbane «non possono essere ridotte ad una semplice eccezione».

L’approccio prevalente delle famiglie, convintesi però che il peggio della crisi sia alle spalle, è quello dell’attesa. Un approccio ben leggibile nella modalità di gestione del denaro: tra il 2007 e il 2013, ad esempio, tutte le voci delle attività finanziarie delle famiglie sono diminuite, tranne i contanti e i depositi bancari, arrivando a costituire il 30,9% del totale (erano il 27,3% nel 2007). Prevale la tutela, con il 45% delle famiglie che destina il proprio risparmio alla copertura da possibili imprevisti, come la perdita del lavoro o la malattia, e il 36% che lo finalizza alla voglia di sentirsi con le spalle coperte. La parola d’ordine, in fondo, è: tenere i soldi vicini per ogni evenienza, «pronto cassa». E alla domanda su quali siano le varianti che possano garantire un posto di lavoro, gli italiani non hanno dubbi che a contare siano le conoscenze giuste (il 29% contro il 19% inglese) e la provenienza da una famiglia benestante (il 20% contro il 5% francese). Il riferimento all’intelligenza come fattore determinante per l’ascesa sociale raccoglie il 7% delle risposte in Italia: il valore più basso in tutta l’Unione europea.

«Siamo un Paese dal capitale inagito anche perché non riusciamo ancora a ottimizzare i nostri talenti», denuncia il Censis. Agli oltre 3 milioni di disoccupati si sommano quasi 1,8 milioni di inattivi perché scoraggiati. E ci sono 3 milioni di persone che, pur non cercando attivamente un impiego, sarebbero disponibili a lavorare. «È un capitale umano non utilizzato di quasi 8 milioni di individui». Ancora una volta i più penalizzati sono i giovani: i 15-34enni costituiscono il 50,9% dei disoccupati totali. C’è poi il capitale umano sottoutilizzato, composto dagli occupati part time involontari (raddoppiati rispetto al 2007) e dagli occupati in Cassa integrazione, il cui numero di ore è passato da 184.000 nel 2007 a quasi 1,2 milioni nel 2013. E c’è anche il capitale umano sottoinquadrato, cioè persone che ricoprono posizioni lavorative per le quali sarebbe sufficiente un titolo di studio inferiore a quello posseduto: sono più di 4 milioni di lavoratori, fenomeno che riguarda non solo i laureati in materia umanistiche ma persino un ingegnere su tre.

Quanto al rapporto con i media digitali personali, a fronte del 63,5% di italiani che utilizzano internet, gli utenti dei social network sono il 49% della popolazione e arrivano all’80% tra i più giovani di 14-29 anni. Il Censis non ha dubbi: la solitudine – nonostante i social o forse a causa di ciò – è oggi una componente strutturale della vita delle persone con il 47% degli italiani dichiara di rimanere solo durante il giorno per una media quotidiana di solitudine pari a 5 ore e 10 minuti. «È come se ogni italiano vivesse in media 78 giorni di isolamento in un anno, senza la presenza fisica di alcuna altra persona». Anche le risorse artistiche e culturali non vengono sfruttate. Nel 2013 il settore della cultura, fa notare il Censis, «ha prodotto un valore aggiunto di 15,5 miliardi di euro (solo l’1,1% del totale del paese) contro i 35 miliardi della Germania e i 27 della Francia». Buone notizie invece nell’export del made in Italy (alimentari, abbigliamento, arredo casa e automazione), è aumentato del 30,1% in termini nominali tra il 2009 e il 2013. In particolare il settore agroalimentare  è una delle componenti più dinamiche dell’export con un aumento del 26,9% rispetto al 2007.

 

9 dicembre 2014