Coronavirus e varianti, Ciccozzi: «Nessun fondamento scientifico all’isteria»

L’epidemiologo del Campus Bio-Medico spiega che «quando muta, il virus non diventa necessariamente più pericoloso». Non annullata l’efficacia del vaccino. La protezione migliore? «La mascherina, con il distanziamento e il lavaggio frequente delle mani»

Non è giustificata da fondamenti scientifici «l’isteria rispetto alle varianti di coronavirus che stanno circolando in Europa e nel mondo». A dirlo è Massimo Ciccozzi, ordinario di Statistica medica ed epidemiologica molecolare all’Università Campus Bio-Medico di Roma, che con il virologo Arnaldo Caruso, ordinario di microbiologia clinica all’Università di Brescia, ha identificato la variante italiana.

Professore, che cos’è una variante?
Le varianti esistono, semplicemente, perché il virus, ciascun virus, per sua natura fa delle mutazioni, in continuazione. Quando ci infetta, infatti, il virus muta per induzione del nostro sistema immunitario, che cerca di respingerlo e di combatterlo. La maggior parte delle mutazioni revertono, perché non danno un vantaggio al virus, che cerca invece quelle condizioni in grado di consentirgli un salto evolutivo, come è avvenuto nel passaggio da pipistrello a uomo, che gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità, in missione a Wuhan, hanno certificato proprio in questi giorni. Per provare a spiegarlo in modo semplice, il virus aveva in mano delle chiavi e ha infine riconosciuto le cellule dell’uomo con il recettore, come fossero la serratura giusta, ed è entrato, innescando l’epidemia. La mutazione del “salto di specie” è avvenuta sulle cosiddette spike o spicole, strutture proteiche sulla superficie del patogeno che permettono la penetrazione nelle cellule. Dall’originario ceppo di Wuhan, poi, una mutazione, nello specifico quella denominata DG614, diffusasi nel Nord America e in Europa, ha permesso al virus di divenire più contagioso ma meno letale.

Quante varianti del coronavirus si conoscono e qual è quella più pericolosa?
Quando muta, il virus non diventa necessariamente più pericoloso, specie perché essere letale è per il virus stesso un suicidio, dato che con la morte di chi viene infettato viene meno la nuova “dimora” che il virus ha cercato e riconosciuto per sé. Il virus, infatti, ricerca una simbiosi totale. A oggi, ci sono note la prima variante DG614, quella inglese che presenta una mutazione in posizione N501Y, diffusasi almeno in 60 Paesi, poi, oltre a quella italiana, che varia in posizione N501T, quelle cosiddette brasiliana e sudafricana, che rendono meno efficienti gli anticorpi in grado di contrastare la proteina spike. Poco peso invece si è dato alla variante di origine spagnola e ancora poco sappiamo di quella danese, che ha infettato i visoni. Va chiarito, però, che il virus, mutando, non è divenuto più piccolo e perciò maggiormente capace, pur se più contagioso, di penetrare le nostre mascherine, ma tranquillizzare rispetto a questo non significa banalizzare la situazione.

Questo vuol dire che la protezione migliore da adottare, in attesa della somministrazione diffusa del vaccino, continua ad essere l’uso della mascherina?
Assolutamente. Unitamente al distanziamento sociale e al lavaggio frequente delle mani. Tutte queste accortezze, che sono state raccomandate fin da subito, impediranno al virus di circolare, ricordando che più un virus circola e si diffonde, più muta e cambia, per adattarsi meglio. L’obiettivo è quindi farlo circolare il meno possibile, fino a che non si attenuerà in maniera importante. Resta ovviamente fondamentale ricorrere al vaccino e anche in tempi brevi, in modo da raggiungere quanto prima un’immunità di gregge di almeno il 75%. Allora, il virus cercherà di adattarsi ma non trovando più “nutrimento” adeguato, regredirà.

A proposito di vaccino per il Covid-19, qual è l’incidenza delle varianti rispetto alla sua efficacia?
Le varianti possono diminuire l’efficacia del vaccino ma non la annullano. In particolare, i due vaccini prodotti dalle aziende farmaceutiche statunitensi Pfizer e Moderna sono vaccini che si basano su una tecnologia totalmente innovativa, cioè sono a base di RNA, e permettono, laddove le varianti rendano necessaria una rimodulazione del vaccino, di riprogrammarlo in tempi brevi, creando una nuova sintesi chimica disponibile entro due mesi, quindi garantendo un intervento mirato tempestivo e veloce.

Più si conosce il virus, dunque, e più lo si studia, più si sarà in grado di agire per contrastarlo?
Come detto, già l’uso attento della mascherina ha un’efficacia importante, basti pensare a come sono nettamente diminuiti in questa stagione invernale i casi di normale influenza. Il vaccino anti-influenzale, che ho sempre suggerito e raccomandato, e ancor più in tempi di coronavirus per permettere una diagnosi differenziale, ha avuto senza dubbio effetto ma l’uso diffuso della mascherina è stato altrettanto protettivo. A dirlo sono i medici di famiglia e qui mi interessa evidenziare l’importanza del ruolo della Sanità del territorio, che va rinforzata e sostenuta. Altrettanto importante è sostenere la ricerca scientifica con finanziamenti maggiori e adeguati, e in questa direzione va la decisione dell’Istituto superiore di sanità di costituire anche in Italia un Consorzio per la sorveglianza sanitaria, che in Inghilterra è stato attivato fin da marzo 2020, al sorgere della pandemia. Spero possa costituirsi una rete capillare, alla quale auspico aderiranno tutti i laboratori regionali che si occupano di sequenze e isolamento del virus, perché ciò che è utile capire è quali e quanti siano i ceppi virali e quanto circolano nel nostro Paese. Alla base dell’importanza di un istituto di ricerca del genere c’è un antico e semplice adagio: solo se cerchi, trovi.

12 febbraio 2021