Emanuele Di Porto, “Il bambino del tram”
Nel 1943 si salvò dal rastrellamento nazista del ghetto. A80 anni dalla liberazione di Auschwitz, dove fu uccisa la madre, il racconto di quei giorni e lo sguardo sull’oggi. «Non sono un eroe, sono stato solo fortunato. La vita è veramente bella»
Giacca grigia, camicia bianca, gli occhi vispi di un adolescente. Emanuele Di Porto, per tutti “il bambino del tram”, ha appena finito di raccontare la sua storia a quattro scolaresche. Il suo accento romano è inconfondibile. Lo riconosceresti lontano un miglio. Riesce a farti rimanere improvvisamente in silenzio, per poi strapparti una risata subito dopo. Sono passati ottantuno anni e tre mesi da quel 16 ottobre 1943, quando i nazisti rastrellarono il ghetto di Roma e deportarono 1.024 persone di religione ebraica. Emanuele aveva 12 anni. Dalla finestra di casa sua vide la mamma che veniva caricata a forza su un camion. Le andò incontro gridando, ma lei con una spinta gli salvò la vita. Virginia – così si chiamava – morì nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau. Di Porto riuscì a scappare e fu nascosto su un tram dai bigliettai e dagli autisti per ben due giorni. Oggi ha 93 anni, ma non ha smesso di pensare a lei. «Mi ha messo al mondo due volte: quando mi ha partorito e quando mi ha buttato giù dal camion». Il giorno prima del rastrellamento, è stata l’ultima volta che sono andati al cinema insieme. E a chi gli chiede se abbia mai provato odio per i nazisti, risponde con un sorriso: «Non so’ bono a porta’ rancore».
Si ricorda che film avevate visto?
Il titolo era “Fuga a due voci”. Sono passati tanti anni, ma non mi sono mai scordato nemmeno l’attore. Era un mezzo tenore, si chiamava Gino Bechi. Cantava una canzone che chi ha una certa età se la ricorda ancora. Faceva così: “Vieni, c’è una strada nel bosco, il suo nome conosco”.
Che cosa le è mancato di più di lei?
Sa, nonostante avessi 12 anni, andavo a lavorare, facevo le cose da grande. Quando tornavo, però, mi mettevo a giocare con gli altri ragazzini. Ma all’ora di pranzo arrivavano le mamme per avvisare che era pronto a tavola. E io rimanevo da solo. È come se mi sentissi inferiore rispetto agli altri. Per esperienza, le dico, la peggior cosa che possa capitare a un bambino è perdere la propria madre.
Lei ha sempre raccontato che era una bellissima donna.
Come si dice, a ogni uccello il proprio nido gli pare il più bello, no? Sei anni fa sono andato a visitare i campi di concentramento di Auschwitz- Birkenau. Quando siamo arrivati, la guida ci spiegò: “Qui sono scesi gli ebrei del 16 ottobre”. C’era anche mia sorella, che mi disse: “Emanue’, qui è morta mamma”. Mi sono commosso. Un rabbino che era con noi ha recitato un salmo per lei.
Com’è il suo rapporto con la fede?
Credo che ognuno di noi abbia bisogno di credere in qualcosa. Io credo nel mio Dio, ma è importante rispettare ogni religione. Siamo tutti uguali.
Ha avuto paura su quel tram?
In tanti pensano che l’abbia avuta, ma si sbagliano. Lo sa perché? Perché pensavo sempre a mia madre. Di tutto il resto non mi importava, nonostante fossi in mezzo a molte persone.
E adesso ha paura di qualcosa?
Lo ammetto: di morire, perché il momento si avvicina. Io dico sempre che non sono stato mai piccolo e per questo non sarò mai vecchio. Ma adesso una ventina di anni in meno vorrei averli. Purtroppo, non si può.
Come si immagina l’aldilà?
Non ci voglio pensare. Ci penserò domani, che è un altro giorno (ride, ndr).
Come passa le sue giornate?
Mi piace passeggiare e guardare in tv il biliardo e le corse dei cavalli. Anche se comincio ad accusare un po’ la solitudine. In quella casa una volta eravamo in venti, adesso ci abito solo io. Poi naturalmente vado in giro per l’Italia a testimoniare. Se mi chiamano non dico mai di no. Proprio oggi pomeriggio ho altri due appuntamenti. Per settant’anni ho raccontato la mia storia pensando che non fosse importante. È stato Alberto Angela a farmi diventare famoso. Ora sono quasi una star.
Ha detto di non sentirsi un martire. Chi è veramente Emanuele Di Porto?
Uno che ha girato tutto il mondo. Ho dormito per strada, ma anche al Grand Hotel. Ho solo la terza elementare, ma non mi è mancato mai niente. Durante gli anni della dolce vita romana di via Veneto sono stato in mezzo ai più grandi attori. Ho imparato l’inglese, il tedesco e il giapponese. Conoscevo Kirk Douglas, Ava Gardner, Frank Sinatra. Qualche anno fa, mi arrivò una telefonata di una guida turistica: “Signor Di Porto, guardi che qui c’è il figlio di Gregory Peck che vorrebbe conoscerla!”. Si vede che il padre gli aveva parlato di me.
Lei invece aveva espresso il desiderio di incontrare Papa Francesco. L’ha sentito?
Ancora no purtroppo. Conservo un regalo per lui da anni. È un rosario benedetto da Giovanni Paolo II. Mi piacerebbe molto consegnarglielo.
Che cosa le dicono i bambini che incontra?
Mi chiedono foto, autografi e mi chiamano “eroe”. Io gli rispondo che non è vero. Sono stato solo fortunato.
Qual è il segreto per rimanere giovani come lei?
L’allegria. E cercare sempre nuove avventure. La vita è veramente bella.
27 gennaio 2025

