Femminicidio di Martina Carbonaro, Terragni: «Le famiglie chiamate in causa»

Per l’Autorità garante infanzia e adolescenza, interpella l’età sempre più bassa degli autori. L’assessore capitolino Pratelli: «Educazione sessuo-affettiva subito, nelle scuole, obbligatoria e in orario di lezione»

«Sono sempre più giovani gli autori di femminicidio: è un fatto che chiama in causa le famiglie». L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni interviene all’indomani del ritrovamento ad Afragola del corpo di Martina Carbonaro, 14 anni, uccisa da un ragazzo non ancora 19enne che non accettava la fine della loro storia. Un fatto, peraltro, «assolutamente ordinario nelle primissime relazioni adolescenziali», riflette Terragni.

Per l’Autorità garante, «nelle scuole si parla già molto di femminicidio e di violenza maschile ed è bene che se ne parli sempre di più. Ma in un’intervista alla Repubblica Massimo Ammaniti, decano della psicoanalisi, osserva giustamente: “Mi interrogo sul senso di introdurre nelle scuole l’educazione all’affettività. Qui non è questione di teoria, è troppo semplicistico. Il lessico delle emozioni lo si impara in famiglia, l’affettività va vissuta. Il maschio ha una storia, per crescere deve staccarsi dalla madre e questo processo viene vissuto come una perdita, che poi rimane. Quando instaura una relazione sentimentale è come se questa lo dovesse ripagare per la sua perdita. Per questo quando viene abbandonato da una donna scatta la rabbia, il risentimento, il desiderio di distruggere la persona che l’ha lasciato”».

Nell’analisi di Terragni, «se quel processo di separazione-individuazione che impegna i primissimi anni di vita non si realizza compiutamente, il rischio di non saper fronteggiare gli scacchi affettivi e di reagire con brutalità è molto alto. A maggior ragione nel caso in cui si assista fin dalla tenera età a dinamiche violente e di dominio nella propria famiglia: come rileva un’indagine sul maltrattamento dei minori che presenteremo il prossimo 11 giugno, la violenza assistita rappresenta una quota considerevole dei casi». Proprio per questo, «la lotta al femminicidio chiama in causa le famiglie, che non possono deresponsabilizzarsi delegando il problema alla scuola e vanno supportate nel loro essenziale compito educativo».

Da Roma, interviene sul caso anche l’assessore capitolino alla Scuola, formazione e lavoro Claudia Pratelli. «Quante ragazze, quante donne dobbiamo ancora piangere prima che alle parole seguano fatti concreti e incisivi? Vogliamo ragazze libere e vive – afferma -. Libere dalla cultura del possesso che sottende a ogni storia di morte, come quella di Martina Carbonaro, di appena 14 anni». Per Pratelli, «serve educazione sessuo-affettiva subito, nelle scuole, obbligatoria e nell’orario di lezione.  Non c’è nessuna legge tanto severa da rappresentare un deterrente a una violenza che ha alla base una cultura di possesso, sottomissione, controllo. È assolutamente necessario agire con la prevenzione e le leve educative – conclude -, le uniche davvero orientate a scardinare la cultura da cui tutto questo ha origine».

29 maggio 2025