Un Papa Francesco in versione operaio, impegnato a ripulire il cielo dall’inquinamento prodotto dall’uomo. Da sabato 21 settembre il murale di MauPal (Maurizio Pallotta) campeggia sulla facciata di un edificio della curia di Albano proprio di fronte alla cattedrale di San Pancrazio: è l’omaggio con cui la diocesi suburbicaria ha accolto la visita di Papa Francesco, che ha fatto da sfondo alla Messa presieduta dal pontefice nella adiacente piazza Pia. “Exemplum Omnibus”: questo il titolo dell’opera dello street artist romano, che in più circostanze ha già rappresentato Francesco in veste di supereroe. A presentarla al pontefice, il sindaco della cittadina laziale Nicola Marini, che ha accolto Bergoglio in questa sua 28ª visita pastorale in Italia insieme al vescovo Marcello Semeraro e al parroco della cattedrale Adriano Gibellini.

Tenendo come riferimento il brano evangelico dell’incontro di Gesù con Zaccheo a Gerico, nella Messa in piazza – dopo un momento di preghiera in cattedrale con i sacerdoti – Francesco ha ribadito che anche «il Signore si ricorda di noi. Non ci dimentica, non ci perde di vista nonostante gli ostacoli che possono tenerci lontano da lui». Proprio per questo, «ogni chiesa, la Chiesa con la maiuscola, esiste per mantenere vivo nel cuore degli uomini il ricordo che Dio li ama. Esiste per dire a ciascuno, anche al più lontano: “Sei amato e chiamato per nome da Gesù; Dio non ti dimentica, gli stai a cuore”».

Di qui l’invito in chiave missionaria del Papa: «Non abbiate paura di “attraversare” la vostra città, di andare da chi è più dimenticato, da chi sta nascosto dietro i rami della vergogna, della paura, della solitudine, per dirgli: “Dio si ricorda di te”». Il modello da seguire è quello offerto da Gesù, che è «Colui che ci vede per primo, Colui che ci ama per primo, Colui che ci accoglie per primo. Quando scopriamo che il suo amore ci anticipa, che ci raggiunge prima di tutto, la vita cambia», ha assicurato. Quindi le sue parole si sono rivolte direttamente a ciascuno dei fedeli che affollavano piazza Pia: «Se come Zaccheo stai cercando un senso alla vita ma, non trovandolo, ti stai buttando via con dei “surrogati di amore”, come le ricchezze, la carriera, il piacere, qualche dipendenza, lasciati guardare da Gesù. Solo con Gesù scoprirai di essere da sempre amato e farai la scoperta della vita. Ti sentirai toccato dentro dalla tenerezza invincibile di Dio, che commuove e smuove il cuore».

Alla comunità ecclesiale nella sua globalità, l’invito a chiedersi «se per noi Gesù viene prima: c’è prima Lui o la nostra agenda, c’è prima Lui o le nostre strutture? Ogni conversione – ha spiegato il Papa – nasce da un anticipo di misericordia, dalla tenerezza di Dio che rapisce il cuore». Altrimenti, il rischio è di «mondanizzare la fede, complicarla e riempirla di tanti contorni: argomenti culturali, visioni efficentiste, opzioni politiche, scelte partitiche… Ma si dimentica l’essenziale, la semplicità della fede, quello che viene prima di tutto: l’incontro vivo con la misericordia di Dio. Se questo non è il centro, se non sta all’inizio e alla fine di ogni nostra attività – ha avvertito Francesco – , rischiamo di tenere Dio “fuori casa” nella Chiesa, che è casa sua».

La strada da seguire è quella di Zaccheo, che ha avuto «coraggio, slancio, fantasia» fino a salire su un alberto. Come un bambino. «È importante per noi ritornare semplici, aperti – il commento del Papa -. Per custodire il “prima” di Dio, non bisogna essere cristiani complicati, che elaborano mille teorie e si disperdono a cercare risposte nella rete, ma come i bambini. Essi hanno bisogno dei genitori e degli amici: anche noi abbiamo bisogno di Dio e degli altri. Abbiamo bisogno di smascherare la nostra autosufficienza, di superare le nostre chiusure, di ritornare piccoli dentro, semplici ed entusiasti, pieni di slancio verso Dio e di amore per il prossimo».

In questa chiave, Francesco ha messo in guardia anche dalla tentazione di trasformare le comunità ecclesiali in «circoli chiusi, luoghi intimi tra eletti»: ci sono tante persone, ha osservato, «che hanno nostalgia di casa, che non hanno il coraggio di avvicinarsi, magari perché non si sono sentiti accolti». L’invito allora è a dare della Chiesa «una casa tra le case, una tenda ospitale dove ogni uomo, viandante dell’esistenza, incontri Lui, che è venuto ad abitare in mezzo a noi». Come è accaduto a Zaccheo, che, «sentendosi a casa, ha aperto la porta al prossimo». Allora, «sia la Chiesa il luogo dove non si guardano mai gli altri dall’alto in basso ma, come Gesù con Zaccheo, dal basso verso l’alto; mai da giudici, sempre da fratelli», è la conclusione. Al termine dell’omelia, poi, un consiglio “fuori testo”: «Avere la lingua ferma, mordersi la lingua. Vi auguro che la vostra cattedrale, come ogni chiesa, sia il luogo in cui ciascuno si senta ricordato dal Signore, anticipato dalla sua misericordia e accolto a casa», il saluto di Francesco.

23 settembre 2019