Francesco: una famiglia di profughi in ogni parrocchia
L’invito all’Angelus del 6 settembre: «Ogni comunità esprima nell’accoglienza la concretezza del Vangelo». A cominciare «dalla mia diocesi di Roma»
Un gesto «concreto», segno di quella Misericordia alla quale è dedicato il Giubileo straordinario ormai imminente. A renderlo quanto mai urgente, il dramma delle migliaia di profughi sui quali nel Vecchio Continente il dibattito si è trascinato per tutta l’estate, senza approdare a un risultato; quello delle frontiere che sono rimaste e rimangono chiuse – come le labbra e le orecchie del sordomuto – per migliaia di uomini, donne e bambini in fuga, trattati come numeri; quello delle vittime di viaggi sempre più disperati. Come il piccolo Aylan, il bambino siriano di tre anni annegato davanti alle coste turche mentre con la famiglia cercava di raggiungere la Grecia e sepolto venerdì 4 settembre a Kobane, ritratto per l’ultima volta tra le braccia del suo soccorrotore in una foto che ha commosso il mondo.
Lo stile indacato dalle parole del Santo Padre è quello di Dio Padre, che «Dio non è chiuso in sé stesso, ma si apre e si mette in comunicazione con l’umanità», attraverso la sua «Parola fatta carne: Gesù». Anche i rapporti umani «più elementari», ha evidenziato, a volte creano incapacità di aprirsi all’altro: «La coppia chiusa, la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa. Quello non è Dio, quello è il nostro peccato».
7 settembre 2015

