Fraternità, «la resistenza alla crudeltà»

Enzo Bianchi torna a rileggere la parabola del Buon Samaritano e si rivolge alla Fratelli tutti di Papa Francesco per cercare il ristoro spirituale per curare, se non sanare, la fraternità ferita

Fra i tanti libri pubblicati negli ultimi anni da Enzo Bianchi, Fraternità (Einaudi, pp. 88, 16,50 euro) possiede, inutile negarlo, una speciale risonanza, in considerazione delle note vicende che hanno visto il priore di Bose protagonista di una dolorosa e lacerante scissione dalla comunità da lui stesso fondata e impegnato oggi nel nuovo progetto della Casa della Madia. Papa Francesco firma la prefazione a quest’ultima opera definendo la fraternità come «la resistenza alla crudeltà del mondo».

Così in effetti ce la presenta l’autore, ben oltre il celebre trittico rivoluzionario francese ( Liberté, Égalité, Fraternité), scavando a fondo il termine, dai caposaldi della Bibbia ebraica (Caino e Abele, Giacobbe ed Esaù, Giuseppe e i suoi fratelli), sino alla straordinaria “invenzione cristiana”, nel significato estensivo, al di là dei legami familiari, che gli attribuisce Gesù, mai dimenticando il nucleo originario: «La Chiesa è una comunità di fratelli (adelphotes) in cui si vive la philadelphia, l’amore fraterno».

Secondo tale accezione, mentre l’amore e l’amicizia nascono da una scelta, dunque possono finire, la fraternità è un dono che dovrebbe trasformarsi in compito da eseguire, assumendo il peso e la responsabilità dell’altro, per evitare l’inferno temuto da Jean Paul Sartre. Per comprendere in quale modo questo compito possa venire esercitato, Enzo Bianchi torna a rileggere per noi la parabola del Buon Samaritano, configurandola come una necessaria conquista di prossimità nella risposta operativa al sentimento di “viscerale compassione” che proviamo nei confronti di chiunque si trovi nella condizione del bisogno.

Le pagine più scottanti sono quelle dedicate al tradimento della fraternità che conosce il suo culmine in Giuda, forse spinto da un amore deluso, oppure, come Caino, armato dall’invidia, potenza cupa e tenebrosa che inaridisce l’animo e rimanda a un conflitto interiore irrisolto di cui ognuno di noi è parte. Sembra quasi commovente vedere come Enzo Bianchi si rivolga all’enciclica del Papa, Fratelli tutti, cercando il ristoro spirituale per curare, se non sanare, la fraternità ferita, non trattenendo, verso la fine del capitolo, forte della sua antica e pluriennale esperienza di dialogo ecumenico, il rammarico e l’amarezza per certe inadempienze così vicine a noi: «Le religioni sovente sono di ostacolo alla fraternità e nessun privilegio possono vantare nel giudizio riguardante chi ha onorato o disprezzato la fraternità». Una consapevolezza che va costruita giorno per giorno perché non è naturale e spontanea: «Ci sono esseri umani che non hanno riferimenti religiosi e che vivono la fraternità fino al dono di sé e credenti religiosi che, saturi della loro presunta relazione con Dio, vivono di philautìa (amore per sé stessi), misconoscendo il prossimo, incapaci di sentire l’altro come fratello o sorella!».

19 novembre 2024