Gallagher: «Promuovere la pace con il dialogo»

Intervista esclusiva al segretario della Santa Sede per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali. «La guerra in Medio Oriente non dia origine ad altri conflitti religiosi e non si estenda ad altre parti del mondo». La riflessione sulla «profonda crisi dell’Onu»

A ridosso del Natale, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario della Santa Sede per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, accoglie l’invito a parlare dei temi più scottanti del panorama internazionale in questa intervista esclusiva per Roma Sette.

Eccellenza, Natale è festa di pace per antonomasia. Ma la terra che vide la nascita di Gesù è insanguinata da un conflitto brutale. Quali sono le speranze della Santa Sede?
La prima, la più importante, è che finisca questa guerra. Poi, evidentemente speriamo che ci sia pace in tutto il Medio Oriente. Siamo stati testimoni delle terribili atrocità del 7 ottobre, per le quali non c’è alcuna giustificazione, però abbiamo assistito anche a quello che è successo dopo. È necessario un negoziato prima possibile. Poiché la Santa Sede è un’entità religiosa, auspichiamo che questa guerra non dia origine ad altri conflitti religiosi e non si estenda ad altre parti del mondo. Perché vediamo tante tensioni, e in molti Paesi ci sono difficoltà per trovare soluzioni, per trattare con onestà, con schiettezza, con integrità questi terribili eventi. Dobbiamo avere una visione molto chiara: l’importante è fare di tutto per promuovere la pace attraverso il dialogo.

La situazione in Medio oriente ha fatto passare in secondo piano la guerra in Ucraina: a che punto sono gli sforzi della Santa Sede per una soluzione del conflitto?
Si può dire che l’umanità non sopporta troppe realtà negative: è vero, la guerra a Gaza ha distolto l’attenzione dall’Ucraina; è quasi inevitabile, per non precipitare nel panico. C’è profonda preoccupazione: è una fase di stallo mentre continuano ad esserci vittime da entrambe le parti. Noi restiamo disponibili a favorire una mediazione. Purtroppo, non sembra che siamo ancora a quel punto. Ciò che possiamo fare è aiutare sul piano umanitario. Continuiamo a usare i nostri buoni uffici per lo scambio di prigionieri e cercare di favorire il progetto di rimpatrio dei bambini ucraini. Dobbiamo ammettere che i risultati di questi sforzi sono modesti. Però continuiamo a lavorare.

Lei ritiene che prima o poi ci saranno le condizioni per un viaggio del Santo Padre in Ucraina e Russia?
Il Papa rimane molto disponibile ad andare sia in Ucraina che in Russia, lui ha sempre messo insieme le due cose. Sarebbe indicativo di un passo avanti nella pacificazione. Purtroppo, non pensiamo che sarà immediato ma speriamo che si possa realizzare. È chiaro, dipende anche dalle parti in conflitto. Però si mette una certa pressione ai belligeranti perché credo che una visita del Papa sarebbe gradita a entrambi e sanno che un passo avanti in questo processo va fatto.

Questi conflitti sono solo due di quella “terza guerra mondiale a pezzi” di cui parla spesso il Santo Padre. In tutto ciò l’Onu sembra incapace di intervenire. Qual è la strada da seguire?
In effetti c’è una profonda crisi dell’Onu e degli organismi multilaterali. Molte agenzie Onu offrono un contributo importante nelle zone di guerra ma a livello politico e diplomatico la crisi è profonda. Serve una riforma, di cui si parla da anni, in particolare del Consiglio di sicurezza, e ora c’è maggiore convinzione. Forse si tratta di rafforzare il ruolo dell’Assemblea generale, di ampliare i membri non permanenti del Consiglio, e magari di cambiarne le regole. La Santa Sede ritiene che questi organismi debbano occuparsi molto di più di questioni centrali che interessano davvero l’umanità e non perdersi in argomenti “periferici”. Focalizzarsi sui problemi reali e non continuare in battaglie ideologiche che consideriamo distrazioni rispetto ai veri diritti.

Ci sono molte realtà in cui la Chiesa e i cristiani si trovano in condizioni di sofferenza e persecuzione. Una è il Nicaragua. A che punto sono i rapporti con Managua?
È una situazione molto delicata. La difficoltà principale è la comunicazione. I rapporti, per decisione del regime, sono sospesi. Non c’è un nunzio e la loro ambasciata qui è stata chiusa. Come ho detto all’Onu, vogliamo intraprendere un dialogo rispettoso con le autorità per cercare non solo il bene della Chiesa ma di tutto il popolo nicaraguense.

Un’altra riguarda il Nagorno Karabakh e i cristiani armeni costretti a lasciare la loro terra. Come si sta muovendo la Santa Sede, visti anche i buoni rapporti con l’Azerbaigian?
I rapporti sono buoni con entrambi. In questo caso non è un conflitto religioso. Formalmente la comunità internazionale ha riconosciuto che quel territorio appartiene all’Azerbaigian. Ora c’è stato questo grande esodo di cristiani armeni. Vorremmo lavorare per una normalizzazione dei rapporti tra Baku ed Erevan. Ultimamente c’è stato qualche passo positivo, almeno con una dichiarazione congiunta che speriamo possa sfociare in un trattato di pace.

Sullo scacchiere internazionale pesano le superpotenze come Stati Uniti e Cina. Papa Francesco, dopo il 7 ottobre, ha parlato al telefono con il presidente Biden. Con la Cina è in vigore l’accordo provvisorio rinnovato fino al 2024. Quale può essere il ruolo di queste grandi nazioni nelle situazioni di crisi? E quali sono le aspettative della Santa Sede nei confronti della Cina?
Molte cose rimangono uguali ma altre stanno cambiando. Credo che sia importante che tutti gli attori principali si rendano conto del loro potere, della loro influenza. Ritengo fondamentale che gli Stati Uniti giochino un certo ruolo, anche se va un po’ contro la loro storia. Tradizionalmente i loro interessi sono più rivolti all’interno però hanno un ruolo che devono usare. Quanto alla Cina, non può essere emarginata nei rapporti internazionali. Abbiamo questo famoso accordo che si limita alla nomina dei vescovi. Ma stiamo approfondendo la nostra intesa per offrire un contributo positivo al Paese. Non mancano critiche e difficoltà ma restiamo convinti che sia l’unico modo per tenere aperto il dialogo.

Nel suo intervento all’Onu a settembre ha parlato della necessità di ricostruire la fiducia tra le nazioni. Ma a volte ci sono anche contrapposizioni all’interno degli Stati. Pensiamo a quanto è accaduto poche settimane fa in occasione della formazione del nuovo governo spagnolo e delle tensioni con gli indipendentisti catalani: il Santo Padre in diverse occasioni ha invitato al dialogo; eppure, anche alcuni vescovi spagnoli si sono pronunciati contro provvedimenti come l’amnistia, che andrebbero in questa direzione. Come si ricostruisce la fiducia?
Con molto coraggio. La fiducia può svanire facilmente, anche nei rapporti personali. Non è facile ripristinarla. E succede lo stesso tra Paesi. Credo che quello che la Santa Sede può fare è guardare con un certo distacco le situazioni e poi, poiché non promuove i propri interessi, incoraggiare il dialogo, con cui non si perde niente, mentre si perde tutto con il conflitto. Nel momento attuale è difficile anche il concetto di neutralità: non si tratta di vedere le cose o bianche o nere. Il Papa mantiene una certa apertura verso tutti per favorire il bene di tutti.

Poche settimane fa è stato celebrato il centenario della nascita di un grande diplomatico, il cardinale Silvestrini. Alla diplomazia vaticana viene ancora riconosciuto un ruolo di primo piano?
Non cerchiamo gli elogi degli altri, ma è vero che guardando le grandi figure della nostra diplomazia come Silvestrini, uno dei miei predecessori, si rimane ammirati. Però penso che il fatto che la Santa Sede non abbia una politica militare, economica, di propri interessi, come devono avere gli altri Paesi, ci dà una certa credibilità. Significa che possiamo parlare con tutti e con un po’ di perseveranza riusciamo a usare un po’ di “soft power” per influire sugli eventi. Anche se non è male che qualcuno ribadisca i princìpi: è utile ricordare le cose fondamentali. Penso che questo sia un ruolo per la Santa Sede, oltre a dare voce a chi non ha voce e a conservare un po’ di memoria, visto che, come noto, non pensiamo in termini di elezioni ma di secoli e millenni. Penso che questo abbia una certa utilità per la comunità internazionale; se poi lo si vuole riconoscere, non dipende da noi.

27 dicembre 2023