Giovani e alcol, un fenomeno da interpretare oltre le “cifre”

Confronto tra la giornalista Alessandra Di Pietro e lo psichiatra Federico Tonioni. Centrale la qualità e quantità delle relazioni con i coetanei

Al Piccolo Eliseo il dibattito con la giornalista Alessandra Di Pietro e lo psichiatra Federico Tonioni, esperto di dipendenze. Centrale la qualità e quantità delle relazioni con i coetanei

«Com’è potuto accadere che alle feste della scuola media ci siano birre al posto dell’aranciata? O che porti tua figlia in discoteca e vai a riprenderla al Pronto soccorso per coma etilico?». Domande, queste, che molti genitori si pongono e a cui la giornalista Alessandra Di Pietro prova a dare risposta con il suo ultimo libro “Il gioco della bottiglia. Alcol e adolescenti, quello che non sappiamo” (ADD editore), in cui raccoglie storie di adolescenti invischiati nell’alcol e pareri di esperti del settore, tra i quali anche quello di Federico Tonioni, psichiatra e psicanalista, responsabile presso il policlinico Gemelli di Roma del primo ambulatorio in Italia che tratta dipendenze da internet e cyberbullismo, oltre chedi quello sulla dipendenza da cannabis, entrambi afferenti al Day hospital di Psichiatria e farmacodipendenze.

I due si sono confrontati pubblicamente ieri, lunedì 26 ottobre, sul palco del Piccolo Eliseo, nel primo degli appuntamenti ideati dall’ente teatrale in collaborazione con il Gemelli e l’Università Cattolica con l’obiettivo di «affrontare scientificamente, ma in modo divulgativo, problematiche legate alla medicina, ai comportamenti, alle patologie, al disagio, alle scoperte e all’attualità scientifica in campo medico, con un’attenta analisi delle conseguenze sociali e dell’impatto nella vita quotidiana delle famiglie e dei cittadini». La realtà dell’uso e del consumo di alcol tra i giovani è complessa e non bastano notizie allarmiste per raccontarla tutta, così come fanno spesso i media impaginando titoli ad effetto che contengono espressioni come «dramma sociale», «allarme abuso», «catastrofe collettiva». «Ad ascoltare tv e a leggere giornali con simili titoli – spiega Di Pietro – ci chiediamo se siamo entrati realmente in una nuova e pericolosa era di un consumo alcolico esasperato e compulsivo».

Certo, «i dati Istat sono spiazzanti – prosegue la giornalista -: tra gli under 18 beve il 21,5% dei maschi e il 17,3 delle femmine, un ventenne su tre per socializzare eccede con la bottiglia mentre il binge drinking, che è poi questo trangugiare alcol in modo veloce e in grande quantità per farlo salire subito alla testa, è un’esperienza che interessa il 14,5% dei giovani». Fermarsi però alle cifre non vuol dire raccontare le cose come stanno. «Negli adolescenti la dipendenza non esiste», chiarisce Tonioni, autore di “Cyberbullismo” e “Gli adolescenti. L’alcol, le droghe” (Mondadori). «Si attraversano fasi di abuso e di uso compulsivo, ma ricordiamoci che tutto può rientrare perché la loro mente è in divenire, è creta». Sembrerebbe trattarsi di meri «comportamenti motivati dalla ricerca del piacere: gli adolescenti tendono infatti a stare bene, nessuno di loro ha desiderio di morire o di procurarsi del male, quindi anche l’abuso, di qualunque natura esso sia, va in questa direzione».

Quello che si deve fare «è chiederci perché il ragazzo beve e tarare i parametri della preoccupazione sulla qualità e la quantità delle relazioni con i suoi coetanei: se ci sono, e sono vitali e coinvolgenti, va bene. Bisogna stare attenti invece alle forme subdole di ritiro sociale che si manifesta o con la chiusura in cameretta, attaccati a internet, o con il poliabuso quale disperato tentativo di governare gli stati emotivi». Ai genitori tocca l’arduo compito di non fare i controllori, insiste lo psicanalista: pur rodendosi l’anima e il cuore, essi non devono soverchiare il figlio delle proprie paure. «Vincere su un figlio che pieghi con la forza è una tragedia, esattamente come avere un adolescente compiacente in casa o essere un genitore amico per non affrontare un conflitto. La relazione si misura non con la quantità di rimproveri ma con il tempo reale trascorso insieme».

«Preoccupiamoci piuttosto se i nostri figli non raccontano delle loro bevute – conclude Di Pietro -, perché la riluttanza a parlarne è un segnale di un rapporto esclusivo con l’alcol, oppure se vengono sorpresi a bere di nascosto, se sono irascibili e non incontrano più gli amici: l’alcol sarà diventata una medicina e non più la bravata di una sera. A quel punto però, non focalizziamoci sulla sostanza ma sui disagi che sta annichilendo».

27 ottobre 2015