“I Malavoglia”, gemma insuperabile
Attraverso il racconto della progressiva sventura di una povera famiglia di pescatori siciliana, la rappresentazione del sentimento vitale esaltato e ferito dall’esuberanza passionale
Quest’anno il centenario dalla morte di Giovanni Verga ci ha spinto a rileggere i suoi capolavori: al primo posto I Malavoglia (1881), insuperabile gemma della letteratura italiana, concentrato lirico assoluto impossibile da rubricare negli angusti cataloghi veristici dove continua a stare per semplice comodità scolastica e didascalica. Del resto oggi che quest’opera risulta disponibile a tutti, essendo presente in rete, sarebbe difficile collocarla altrove: per farlo dovremmo tornare a riflettere sui fondamenti della lingua in cui ci esprimiamo, al tempo stesso artificiale nell’emancipazione dal latino e perennemente sorgiva nella sua base dialettale: cosicché, dopo la grande impresa di sintesi manzoniana, legata al profondo cuore cattolico lombardo, toccò in sorte al temprato talento verghiano il supremo compito di rappresentare, attraverso il racconto della progressiva sventura di una povera famiglia di pescatori siciliana, il nostro carattere distintivo: che resta sempre quello di un sentimento vitale esaltato e ferito dall’esuberanza passionale.
L’impasto di prosa poetica, filtrando nelle intercapedini descrittive del “mare amaro”, pronto a brontolare per conto proprio anche quando cominceranno a scorrere i titoli di coda, penetra nella narrazione alla maniera di una bomba esplosiva recando nella cronaca della Provvidenza, al tempo stesso barca di salvezza e perdizione, i fregi dorati di un mondo in rovina. Lo scrittore prima ci trascina dentro l’epica del gruppo chiuso, apparentemente formidabile all’interno del pettegolezzo paesano, dove la Zuppidda guida la marcia, poi ci castiga non lasciandoci alcuna illusione. Finisce un’era senza che un’altra la sostituisca, giacché i giovani sopravvissuti, Alessi e Nunziata, sembrano i più conservatori. I proverbi di padron ‘Ntoni, antiche sapienze dei padri,
si trasformano nei vaneggiamenti di un vecchio svampito. L’inquietudine ribelle del giovane capostipite, migrante sconfitto, non ha nulla di romantico: dopo aver accoltellato don Michele sconta cinque anni di carcere tornando a casa stravolto, irriconoscibile. Luca cade in battaglia, a Lissa, Maruzza muore di colera, Lia si perde, Mena resta nubile perché sente di essere vecchia a soli ventisei anni e si dispone a raccogliere il disonore del nucleo famigliare: un’entità sociale in completo disfacimento. Perfino Alfio Mosca, il libero carrettiere, china la testa, sfiduciato, sulla groppa dell’asino.
E allora perché questi vinti, nell’afflizione della sconfitta più nera, ci strappano l’applauso? Tutto dipende da come Verga è riuscito a farceli amare. Una questione di stile: lo aveva annunciato in Fantasticheria, il raccontino manifesto compreso in Vita dei campi. È proprio vero: «Nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita», ognuno di noi potrebbe riconoscere ciò che è suo.
18 luglio 2022

