I racconti di Clarice Lispector nei registri della letteratura biblica

L’ispirazione lirico-narrativa al centro dell’opera di una delle scrittrici più affascinanti e misteriose del Novecento, di origini slave, emigrata in Brasile per sfuggire all’antisemitismo

Scrivere senza trama, contando solo sul battito del cuore, è stato il sogno infranto delle avanguardie moderne: una missione impossibile tesa a trasferire sulla pagina l’incanto della musica; in realtà essendo la letteratura basata sul sistema verbale, il risultato, nei casi migliori, non poteva essere che una splendida rovina romanzesca, come è stata l’opera di Clarice Lispector, una delle scrittrici più affascinanti e misteriose del Novecento, nata nel 1920 in Ucraina da una famiglia ebrea costretta a fuggire dalle persecuzioni antisemite e presto emigrata coi genitori in Brasile, nello stato del Pernambuco.

“Tutti i racconti”, appena usciti da Feltrinelli, ci fanno apprezzare la sua ispirazione lirico-narrativa. Cresciuta fra Recife e Rio de Janeiro, Clarice – che in origine si chiamava Haia – mostrò una precoce vocazione letteraria. Scomparve nel 1977, dopo una vita intensa e travagliata, che la condusse anche in Europa, al seguito del marito diplomatico: nel 1944 prestò soccorso ai soldati brasiliani nell’ospedale di Napoli. Dietro di sé aveva una lingua morta e sepolta, una specie di fuoco segreto che riscaldò il portoghese: nel fondo dei suoi monologhi inquieti e carichi di tensione, fra i quali spicca Acqua viva (1973), non è difficile riconoscere il tormento dell’anima slava che nel nuovo idioma sudamericano acquista una colorazione stregata e variopinta, come quella capace di innervare l’ultimo libro, pubblicato postumo nel 1978, a cura dell’amica Olga Borelli, un anno dopo la precoce morte dell’autrice: Un soffio di vita (Pulsazioni), tradotto con grande sprezzo del pericolo da Roberto Francavilla (Adelphi, pp.193, 16 euro). Si tratta di un dialogo immaginario fra l’autore e il fantasma di un personaggio, Angela Pralini: uno scambio di battute né autobiografiche né reali, nel tentativo di cogliere “il pensiero prima del pensiero”, frantumi del mondo non ancora composto,
pasta friabile d’emozioni e pulsioni, allucinazioni, materiali magmatici, ritmi, cadenze, ritagli, lamenti, esperienze non riconoscibili, neppure nominabili. Scrivere, leggiamo a un certo punto, è strappare le cose via da noi, a pezzi: «Come l’arpione che si conficca nella balena e le squarcia la carne». E le parole, di conseguernza, assai più che trasmettere figure, storie e nozioni, dovrebbero essere «ossi asciutti al sole».

Non ci si mette a sedere al tavolino per comporre un testo. «Non è una scelta: è un ordine profondo, un comando». Per capire quale fu l’ultima volontà di Clarice Lispector, in questo suo potente, estremo testamento spirituale, dovremmo riflettere su una fra le tante asserzioni di Angela: «Mi prendo cura della vita. La grande notte del mondo quando ancora non c’era vita». Chi, se non una donna, poteva provare a sprofondare in questo tutto-nulla, nel momento germinale della creazione, riproducendo in se stessa, in una sorta di vitro esistenziale, il bollore liquido da cui sgorgarono i lemuri? È questa la ragione per cui a mio avviso non sarebbe illegittimo collocare Un sopro de vida (titolo orginale) nei registri della letteratura biblica, un’incredibile Genesi laica ucraino-brasiliana, rivolta agli iniziati («Giacché scrivere è una cosa sacra a cui gli infedeli non hanno accesso») nella piena e drammatica, seppur dolorosa, consapevolezza che Dio vuole essere amato «perché in questo modo amiamo noi stessi e amandoci ci perdoniamo».

11 novembre 2019