Il cardinale Montenegro: «Lampedusa, luogo dove passa Dio»

Il presidente di Caritas italiana a San Fulgenzio per parlare di migrazioni e accoglienza. «L’Europa sta mettendo al centro il denaro e non le persone»

Il presidente di Caritas italiana a San Fulgenzio per parlare di migrazioni e accoglienza. «L’Europa sta mettendo al centro il denaro e non le persone»

«La migrazione non è un male ma il sintomo di un male che denuncia un mondo ingiusto». Lo dice il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, preside della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute e presidente di Caritas italiana. Il porporato ha portato la sua testimonianza al dibattito “Educarci all’incontro con il migrante” che si è svolto lunedì 22 febbraio nella parrocchia di San Fulgenzio, alla Balduina, parte di un ciclo di appuntamenti promosso da Casa Betania e dalla Cooperativa Accoglienza per sensibilizzare sui temi che più interrogano il nostro tempo: giustizia, migrazione, misericordia.

«Lampedusa – ha detto ricordando la sua esperienza – è il luogo dove passa Dio, ma è un Dio che puzza, ha fame, sete, freddo. Avere fede significa saperlo riconoscere». Il cardinale allora racconta l’esperienza di Omar, un bambino che sul barcone subì violenze. Arrivato sull’isola rimase per giorni nascosto in campagna, febbricitante e tremante, poi si è diretto in chiesa convinto che lì avrebbe trovato una mano tesa. «Queste storie – ha detto Montenegro – ci interrogano. Il Mediterraneo è una tomba liquida. Ricordo una mamma affogata col suo bambino legato ancora a lei col cordone ombelicale. Oppure i cadaveri con le mani giunte o il crocifisso in bocca. Questo sesto continente di migranti tocca la nostra fede. Di fronte a questo dramma, cosa vuol dire avere fede?». E prosegue: «Un nordamericano utilizza 600 litri d’acqua al giorno, un africano 30. Cio che mangia un americano lo consumano tre italiani; quello che mangiano tre italiani lo consumano mille africani. Questo fa comprendere il senso di questi viaggi della speranza. La nostra società è divisa tra chi ha più pranzi che appetito e chi ha più appetito che pranzi».

L’immigrazione per Montenegro non può essere considerata solo un problema di sicurezza. A essere in gioco è «il modello di civiltà del futuro. Difendere gli interessi dei forti – aggiunge – facendo pagare ai deboli indebolisce la struttura della società. Accogliere non è assimilare ma integrare, il che significa dare e ricevere. Vuol dire incrociare le culture. Viviamo in una società che si evolve così velocemente che la chiusura è un atteggiamento anacronistico. L’Europa sta mettendo al centro il denaro e non le persone. L’Europa -aggiunge – sta esasperando le rivendicazioni e permette inumane stragi. Il nuovo ordine europeo è una Babele. Il credente sa che la sua fede gli chiede di osare la giustizia e la pace. Quelle teste che scompaiono nel Mediterraneo sono una ferita profonda». Una ferita che può rimarginarsi solo se si ha il coraggio di fare gesti concreti. E così durante l’incontro, dopo la testimonianza del cardinale Montenegro, sono state raccontate due esperienze di aiuto concreto verso chi approda nel nostro Paese. Infatti accogliendo l’invito di Papa Francesco Francesca Smargiassi ha raccontato che cinque persone verranno accolte nei locali della parrocchia. E, l’altra bella notizia, riguarda il Nido d’ape, una struttura per accogliere i figli dei migranti, come ha raccontato Marco Bellantis.

A chiudere la serata le storie dei migranti. Alcune sono state raccolte nel volume “Dov’è tuo fratello” (edizioni San Paolo) scritto da Giuseppe Dardes e Ignazio Punzi. Altre sono diventate uno spettacolo teatrale tratto dal libro “Distanze” di Gaia Spera di cui sono stati letti dei brani. «Le mie colpe – recita Gaia Spera interpretando un brano del suo testo -, i miei reati sono questi: reato di povertà, di guerra, di discriminazione, di persecuzione, di fame».

23 febbraio 2016