Il Giubileo 2025, «speranza nel cammino»
L’arcivescovo Fisichella, pro prefetto del dicastero per l’Evangelizzazione, parla dei contenuti della Bolla di indizione. Tra i segni annunciati da Francesco, l’apertura della Porta Santa in un carcere
Al di là della logistica e dell’organizzazione, che pure hanno la loro importanza, il Giubileo è prima di tutto un evento spirituale. Parliamo dei contenuti della Bolla di indizione con l’arcivescovo Rino Fisichella, pro prefetto del dicastero per l’Evangelizzazione, a cui il Papa ha affidato la preparazione dell’Anno Santo.
Il Papa fa riferimento a una modalità diffusa del Giubileo e al pellegrinaggio. Sul sito del Giubileo ci sono già le indicazioni per gli itinerari di fede presenti a Roma. Ma cosa rappresenta il pellegrinaggio?
Il pellegrinaggio è il simbolo della nostra esistenza. Siamo in cammino, anche se tante volte perdiamo la direzione e quindi diventiamo erranti, ma il mettersi in cammino, attraversare i confini, i campi, significa avere una visione universale. La voglia di proporre questo esiste in ogni uomo, a maggior ragione in un cristiano. Il pellegrinaggio supera i confini fatti dagli uomini perché riporta tutti in quella dimensione comunitaria che è il popolo di Dio e viene fatto avendo la speranza come compagna di viaggio. Non è un pellegrinaggio senza meta ma ha come prima compagna la speranza.
Francesco fa un esplicito richiamo al sacramento della riconciliazione, che dovrebbe essere il vero protagonista del Giubileo. Come si “rilancia” un sacramento oggi piuttosto trascurato?
È necessario comprendere anche il tipo di cultura nel quale siamo inseriti. Siamo sempre più all’interno di una cultura individualista frutto di una dimensione digitale che avanza sempre più e la fa da padrona nella nostra esistenza. Il sacramento della riconciliazione è presentato anzitutto come capacità di restituire l’uomo a sé stesso, aiutarlo a ritrovare sé stesso, a uscire dalla sfera dell’individualismo per ritrovare la relazione che è fondamentale per ogni persona. La persona è relazione. All’uomo chiuso in sé stesso viene data possibilità di aprirsi, riscoprire la propria esistenza e metterla in relazione anche con Dio, scoprire che Dio gli è vicino, lo comprende, lo ama e lo perdona, perché cammina con lui. Quindi è una forma attraverso cui si ritorna nel proprio intimo e si scopre l’esigenza di guardare più in alto.
Tra i segnali di speranza, il Papa parla di pace e condono del debito dei Paesi poveri. Non è un’utopia?
Potrebbe apparire tale; d’altra parte, però, il Papa fa un appello rivolto a tutti, e se nessuno facesse un appello, rimarremmo con le forme di profonda ingiustizia che gridano vendetta al cospetto di Dio. L’appello del Papa è sostenuto dalla speranza che venga accolto e ascoltato. Poi le maniere di attuarlo sono tante, lo stesso pontefice parla di diversi modi, per esempio, di amnistia o di remissione del debito. Questo apre alla possibilità di compiere dei passi. Utopia sarebbe se si pensasse a una cancellazione totale del debito, il realismo chiede di fare passi dove è possibile e non rifiutarsi di vedere quello che accade.
Un altro segno sarà l’apertura della Porta santa in un carcere. Si sa già quale sarà?
Sarà il Papa a decidere in quale carcere vorrà andare. Ma è importante il gesto simbolico che il Papa vuole fare per attirare l’attenzione su un problema che è sotto gli occhi di tutti, sulle tante forme di mancanza di dignità. I detenuti sono persone che hanno sbagliato, il Santo Padre non dice il contrario, non dice che non ci sono vittime; ci sono reati commessi, ma nulla deve togliere la dignità alle persone. Il carcere invece rappresenta spesso un venire meno di quelle che sono le esigenze più profonde della dignità delle persone. Non guardiamo solo all’Italia: il Papa ha una visione universale, mondiale. Tutti abbiamo la consapevolezza di cosa significa in alcuni Paesi il degrado a cui può portare, e di fatto porta, le persone in carcere; quindi, l’attenzione è dovuta in forza della dottrina della Chiesa. Non dimentichiamo in Italia il nome di Cesare Beccaria: ci sono tanti esempi in ambito civile che hanno capito la problematica, l’importanza della libertà e di come poter reinserire chi ha sbagliato nella società e trovare forme di recupero.
Il Papa ha parlato della «perdita del desiderio di trasmettere la vita» e il giorno dopo la pubblicazione della Bolla è andato agli Stati generali della Natalità. Si è trattato di un richiamo forte ai governi ma anche alla comunità dei credenti. Pensa che sia possibile un’inversione di tendenza che metta fine all’inverno demografico?
Aggiungo che la scorsa settimana il Papa è andato in una parrocchia con circa 100 giovani ed erano presenti anche giovani coppie con bimbi di 2 anni. Lì ha ripreso questo tema. È evidentemente una problematica che lo preoccupa fortemente, e davanti a questi bambini, con una coppia che ha espresso tutto il suo entusiasmo per la maternità e la paternità, ha parlato di speranza ma dicendo che sono loro la speranza. Significa che si può fare molto a livello politico ma il grande problema è a livello culturale, come dicevo prima dobbiamo essere capaci di intervenire in una cultura fortemente egoista che porta a non capire l’importanza di un amore che trasmette la vita.
Il Giubileo coincide con i 1.700 anni del Concilio di Nicea e vedrà la Pasqua cattolica e ortodossa nella stessa data. Bartolomeo ha anticipato il desiderio del Santo Padre di recarsi in Turchia. Ma in ogni caso, quale spinta potrà dare l’Anno Santo al cammino ecumenico?
La scadenza dei 1.700 anni è significativa per indicare un cammino comune a tutti i cristiani che ancora vivono il dramma della separazione. Ci fa riscoprire una delle intuizioni a mio avviso più belle di Nicea dove non si dice “io credo”. A Nicea i padri hanno detto “noi crediamo”: dobbiamo riscoprire la dimensione del “noi”, che c’è un popolo, una comunità, un corpo che è stato voluto così dal Signore e che le divisioni contraddicono non solo ciò che Gesù ha voluto ma anche la nostra credibilità nel mondo. Perciò, il Giubileo, che ovviamente è vissuto solo dai cattolici, può essere un’ulteriore opportunità per incrementare il cammino ecumenico riscoprendo fortemente questo “noi crediamo” che Nicea ha intuito come segno dell’unità di tutte le Chiese.
5 giugno 2024

