Il lockdown perenne dei giovani “hikikomori”

La Caritas riprende i corsi di sensibilizzazione, con un’associazione specializzata, sul fenomeno di quanti hanno scelto l’isolamento sociale

Un percorso di formazione e riflessione sul fenomeno degli “hikikomori”, in crescita dopo l’isolamento imposto dall’emergenza coronavirus. La Caritas di Roma torna a promuovere il progetto di sensibilizzazione “Hikikomori”, avviato in collaborazione con l’associazione Hikikomori Italia e finanziato con i fondi 8xmille della Cei. Si tratta di cicli di due incontri da due ore ciascuno che si svolgeranno a distanza, sulla piattaforma Zoom, e che si ripeteranno fino a dicembre. Un programma denso e ricco di spunti che si rivolge a quanti, volontari e professionisti, vivono a stretto contatto con adolescenti e giovani, i più interessati dal fenomeno.

Il termine giapponese, che significa «stare in disparte», viene utilizzato per riferirsi a chi decide di ritirarsi volontariamente dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria camera e rinunciando a qualunque tipo di contatto diretto con il mondo esterno, se non attraverso l’utilizzo di internet e di dispositivi digitali. Un graduale ritiro sociale che riguarda principalmente giovani di sesso maschile, tra i 14 e i 30 anni, molto critici nei confronti della società odierna, tutta improntata sul successo e sull’immagine. In Italia si stimano tra i 60mila e i 100mila casi, mentre nella sola città di Roma l’associazione Hikikomori Italia risulta essere attualmente in contatto con circa 300 ragazzi e le loro famiglie, su cui sono destinati a riversarsi a cascata gli effetti negativi di un fenomeno sempre più preoccupante.

Dati drammatici che hanno spinto la Caritas diocesana, da sempre attenta a ogni forma anche nuova e nascosta di fragilità, a puntare sulla prossimità territoriale e l’intervento domiciliare. «La problematica maggiore riguarda l’assenza di una presa in carico formale nel contesto di vita dove la sofferenza nasce – spiega Luca Murdocca, educatore e coordinatore del progetto – . Il servizio a domicilio consente non solo di intervenire sul ragazzo ma anche di supportare da vicino il nucleo familiare». Un problema piuttosto nuovo – se ne è cominciato a discutere in maniera approfondita dal 2017 – che non ha ancora linee guida collaudate e su cui il lockdown ha contribuito a riaccendere l’attenzione: la socialità ridotta al minimo durante l’emergenza ha infatti da una parte incrementato il disagio giovanile mentre dall’altra ha favorito il rifugio nel mondo virtuale. «L’isolamento ha cristallizzato situazioni preesistenti e ne ha create delle nuove – commenta ancora Murdocca -. Per il giovane che ha già delle fragilità non è affatto scontato recuperare in automatico rapporti e riacquisire schemi sociali».

Una criticità quanto mai attuale, dunque, che verrà approfondita nel corso degli appuntamenti online, il cui obiettivo principale è offrire conoscenze e competenze che aiutino a intercettare il disagio prima che si radicalizzi e fornire strumenti utili per intervenire anche in chiave di prevenzione. Due i percorsi proposti agli attori territoriali più vicini ai giovani: uno per i professori, gli educatori, gli insegnanti di sostegno che operano nelle scuole medie e superiori; l’altro per i catechisti, i sacerdoti, gli educatori, animatori, capi scout che operano nelle parrocchie della diocesi. Centrale, per gli organizzatori, sarà promuovere la capacità di ascolto e di attenzione rinnovata al prossimo, in modo tale da procedere alla costruzione di una rete di sostegno funzionale al soggetto e alla famiglia in difficoltà: «Il lavoro in sinergia contribuirà a favorire sia un sostegno diretto che una presa in carico attiva del giovane – conclude il coordinatore -. Si tratta di un primo importante passo anche per la comunità, che si impegna a rispondere ai bisogni di quanti vivono problematiche spesso invisibili ma esistenti».

21 settembre 2020