Il nuovo esame di Stato, Manzoni e i “meme” dei ragazzi

Riflessioni sulla complessità di vecchi e nuovi linguaggi, da “I Promessi Sposi” ai messaggi di WhatsApp. E forme inedite di comunicazione su cui interrogarsi

Prima di Natale è stata resa nota l’identità della nuova prima prova dell’esame di Stato, quella di Italiano. A latere di questo fatto nasce per me una riflessione che credo possa essere interessante. La nuova prima prova introduce cambiamenti positivi rispetto alla precedente, insieme ad aspetti ancora da valutare bene. Un dato incontrovertibile è il forte impulso che la commissione Serianni ha voluto dare verso il recupero di una competenza chiave: quella della comprensione di un testo complesso.

L’assunto è sacrosanto. In molti abbiamo spesso ripetuto frasi più o meno del genere: «I ragazzi non sanno più leggere. Non sanno capire un testo che superi la lunghezza del messaggino su WhatsApp». Fin qui niente da dire, infondo è la (non proprio nuova) questione del presunto analfabetismo di ritorno, indotto per alcuni anche dalla mutazione digitale.

Mentre riflettevo prima delle vacanze su questo, complice una lezione mattutina su Manzoni e proprio un messaggino di mio figlio, ho virato verso un pensiero meno coerente ma credo stimolante. A scuola avevo letto e commentato l’Addio, monti, brano arcinoto che conclude la prima parte de I promessi sposi. Un passo tanto bello quanto ostico per i nostri studenti, proprio in virtù di quel linguaggio misurato, strutturato e ipotattico, che caratterizza la prosa manzoniana. Un testo complesso appunto, che oramai anche nei licei i ragazzi faticano a comprendere e che, secondo le intenzioni di Serianni, la scuola dovrebbe permettere loro di recuperare.

Proprio quella mattina mio figlio mi ha mandato via WhatsApp un “meme” sul pessimo momento del Milan, che mi ha fatto ridere. Dopo la risata ho però pensato a come anche quello fosse un testo assolutamente complesso, di una complessità antitetica e agli antipodi da quello manzoniano, caratterizzato dalla sintesi estrema di una grammatica iconico-verbale assolutamente nuova.

Le domande (irriverenti) che mi sono posto sono state queste: «Ma Serianni o chi per lui, lo capirebbe questo “meme”? Lo saprebbe leggere e decodificare? Riderebbe di questo “meme”?». Che, detto in modo più meditato, starebbe a significare: «Ma la generazione predigitale, noi adulti, siamo davvero tutti in grado di decifrare queste nuove sintassi fatte di multiple connessioni e intersezioni ellittiche dei linguaggi?».

Perché poi, se davvero un “meme” è capace di suscitare una reazione ardua da ottenere come il ridere, occorrerebbe per lo meno cautela nel limitarsi a derubricare certe manifestazioni come sciocchezze adolescenziali. Tra Manzoni e il “meme” di mio figlio si è così riproposto alla mia mente il tema cruciale della mutazione dei linguaggi, della deflagrazione in corso tra un mondo basato su una comunicazione lineare e quello digitale informato totalmente nella polisemia della multimedialità.

Perso tra questi pensieri, con la certezza di vivere un tempo decisivo per quanto destabilizzante, mi sono trovato durante le vacanze al cinema difronte a un capolavoro assoluto, che invito tutti ad andare a vedere: il film d’animazione Spider Man. Un nuovo universo. Un’opera che dice tantissimo a tutti noi, anche a chi è allergico a eroi improbabili in calzamaglia, perché parla anzitutto di questo: di come la produzione del racconto, delle idee e quindi delle identità stia mutando vertiginosamente verso forme inedite. Un mondo nuovo che è già qui: sarebbe un guaio non metterci la testa. A tra quindici giorni.

9 gennaio 2019