Il Papa torna a sorpresa in piazza San Pietro
La breve comparsa sul sagrato della basilica al termine della Messa per il Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità celebrata dall’arcivescovo Fisichella, per benedire la folla
La sorpresa è andata oltre ogni aspettativa. La Sala stampa della Santa Sede aveva annunciato che ci sarebbe stato qualcosa di diverso in occasione dell’Angelus, rispetto alle precedenti domeniche, ma nessuno si aspettava che Papa Francesco comparisse sul sagrato di San Pietro per impartire la benedizione al termine della Messa per il Giubileo degli ammalati e degli operatori sanitari. Una sorpresa che ha riempito di gioia e di commozione sia le migliaia di persone presenti alla celebrazione che quanti hanno seguito l’evento da casa. Il Santo Padre è uscito sulla piazza, baciata da un caldo sole primaverile, sulla sedia a rotelle, con i naselli dell’ossigeno, senza timore di mostrare al mondo la sua fragilità: malato tra i malati, e il suo messaggio non avrebbe potuto essere più potente.
Il pontefice ha benedetto la folla insieme all’arcivescovo Rino Fisichella, pro-prefetto del dicastero per l’Evangelizzazione, sezione per le questioni fondamentali dell’Evangelizzazione nel mondo, che ha presieduto la celebrazione eucaristica. Poi ha rivolto poche semplici parole ai pellegrini: «Grazie e buona domenica», ha detto, con una voce evidentemente ancora flebile ma con un ampio sorriso che ha riempito i cuori. Ha poi salutato alcuni partecipanti alla Messa prima di rientrare verso Casa Santa Marta. La Sala stampa ha quindi reso noto che il Papa, prima di unirsi all’evento giubilare, si è confessato e ha attraversato la Porta Santa.
Nell’omelia preparata dal pontefice e letta da Fisichella, Francesco ha preso spunto dalle letture della quinta domenica di Quaresima per rivolgere un invito «a rinnovare, nel cammino quaresimale, la fiducia in Dio, che è sempre presente vicino a noi per salvarci. Non c’è esilio, né violenza, né peccato, né alcun’altra realtà della vita che possa impedirgli di stare alla nostra porta e di bussare, pronto ad entrare non appena glielo permettiamo. Anzi, specialmente quando le prove si fanno più dure, la sua grazia e il suo amore ci stringono ancora più forte per risollevarci».
Certamente, ha proseguito, «la malattia è una delle prove più difficili e dure della vita, in cui tocchiamo con mano quanto siamo fragili. Essa può arrivare a farci sentire come il popolo in esilio, o come la donna del Vangelo: privi di speranza per il futuro. Ma non è così. Anche in questi momenti, Dio non ci lascia soli e, se ci abbandoniamo a Lui, proprio là dove le nostre forze vengono meno, possiamo sperimentare la consolazione della sua presenza. A Lui possiamo dire e affidare il nostro dolore, sicuri di trovare compassione, vicinanza e tenerezza. Ma non solo. Nel suo amore fiducioso, infatti, Egli ci coinvolge perché possiamo diventare a nostra volta, gli uni per gli altri, “angeli”, messaggeri della sua presenza, al punto che spesso, sia per chi soffre sia per chi assiste, il letto di un malato si può trasformare in un “luogo santo” di salvezza e di redenzione».
Il Santo Padre ha poi ricordato, rivolto ai malati, che con loro «in questo momento della mia vita condivido molto: l’esperienza dell’infermità, di sentirci deboli, di dipendere dagli altri in tante cose, di aver bisogno di sostegno. Non è sempre facile, però è una scuola in cui impariamo ogni giorno ad amare e a lasciarci amare, senza pretendere e senza respingere, senza rimpiangere e senza disperare, grati a Dio e ai fratelli per il bene che riceviamo, abbandonati e fiduciosi per quello che ancora deve venire. La camera dell’ospedale e il letto dell’infermità possono essere luoghi in cui sentire la voce del Signore e così rinnovare e rafforzare la fede». Citando poi la testimonianza di Benedetto XVI nella sua malattia, ha aggiunto: «È vero: affrontare insieme la sofferenza ci rende più umani e condividere il dolore è una tappa importante di ogni cammino di santità».
Agli operatori sanitari il Papa ha detto: «Mentre vi prendete cura dei vostri pazienti, specialmente dei più fragili, il Signore vi offre l’opportunità di rinnovare continuamente la vostra vita, nutrendola di gratitudine, di misericordia, di speranza. Vi chiama a illuminarla con l’umile consapevolezza che nulla è scontato e che tutto è dono di Dio; ad alimentarla con quell’umanità che si sperimenta quando, lasciate cadere le apparenze, resta ciò che conta: i piccoli e grandi gesti dell’amore. Permettete che la presenza dei malati entri come un dono nella vostra esistenza». Infine, l’appello a non relegare «chi è fragile lontano dalla nostra vita, come purtroppo oggi a volte fa un certo tipo di mentalità: non ostracizziamo il dolore dai nostri ambienti. Facciamone piuttosto un’occasione per crescere insieme, per coltivare la speranza».
6 aprile 2025

