Il punto su “La giustizia in Italia”

Presentato il volume di padre Occhetta che mette a tema il modello della giustizia riparativa. Flick: «Nel carcere non è entrata la Costituzione»

Presentato a La Civiltà Cattolica il volume di padre Occhetta che mette a tema il modello della giustizia riparativa. Francesco Cananzi: «Deve essere un percorso volontario»

Sono 52.475 i detenuti reclusi nei 195 istituti penitenziari italiani, secondo una stima del 31 gennaio 2016. Il 5% è analfabeta, il 45% straniero, il 38% senza fissa dimora, solo l’1% dei detenuti è laureato. Il tasso di suicidi nelle carceri è 18 volte superiore a quelli che avvengono fuori dalle mura penitenziarie. Se ne è parlato sabato 23 aprile nella sede de La Civiltà Cattolica, la rivista dei Gesuiti, con lo scrittore della rivista padre Francesco Occhetta, autore de “La giustizia capovolta. Dal dolore alla riconciliazione”, edito dalle Paoline.

“La giustizia in Italia. Vittime e detenuti allo specchio della giustizia riparativa”. Questo il tema del convegno, nel corso del quale è stato presentato il libro del gesuita. Il volume, che ha una prefazione firmata da don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera, è suddiviso in due parti: nella prima si illustra il fondamento giuridico e biblico della giustizia riparativa, vale a dire una conciliazione tra il reo, che deve ammettere le proprie responsabilità, e chi ha sofferto le conseguenze del reato. Si descrive poi lo stato di salute delle carceri in Italia e si riportano esperienze di riconciliazione. Nella seconda parte sono invece raccolti dialoghi sulla giustizia con Francesco Cananzi, del Consiglio superiore della magistratura; Daniela Marcone, vicepresidente di Libera; Guido Chiaretti, presidente dell’associazione di volontariato carcerario Sesta Opera San Fedele; don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane.

La capienza regolamentare nelle carceri è di 49.480 posti, per un’eccedenza pari al 7,5%. Il tasso di recidiva all’inizio del 2015 era pari al 69%, vale a dire che dei mille detenuti che escono ed entrano nelle carceri ogni giorno, circa 690 tornano a delinquere. Padre Occhetta ha evidenziato che «lo Stato spende solamente 95 centesimi al giorno per l’educazione dei detenuti, rispetto ai 200 euro pro-capite previsti. Se soltanto la recidiva calasse dell’1% lo Stato risparmierebbe circa 51 milioni di euro». Tra 29.747 persone che stanno usufruendo di misure alternative al carcere, il tasso di recidiva è invece del 19%.

«La sfida da portare avanti – ha detto padre Occhetta – è passare dall’intimazione della pena alla riabilitazione del condannato, a partire dall’incontro con le vittime». Il tema della giustizia riparativa, ha evidenziato padre Giovanni Cucci moderando il dibattito, «non è molto noto in Italia: è un modello abbastanza recente che si fonda non sul ripagare il male con altro male ma su progetti di bene che riparano il male fatto». Per Francesco Cananzi, membro togato del Consiglio superiore della magistratura, «la giustizia riparativa deve essere un percorso attuato volontariamente dal condannato e dalla vittima: non può essere imposto e non deve essere strumentalizzato per l’ottenimento di benefici da parte del detenuto. Quest’ultimo non deve vivere la reclusione come un momento di ozio ma di responsabilità. Deve prendere in mano la propria vita e capire cosa farne».

Gian Maria Flick, già ministro di Grazia e Giustizia e presidente della Corte Costituzionale, autore della postfazione del libro di padre Occhetta, ha toccato vari aspetti della giustizia italiana e affrontato le problematiche presenti nelle carceri. In modo particolare ha sottolineato che negli istituti penitenziari italiani «si continua a morire e a picchiare. Nel carcere non è entrata la Costituzione, non si è adeguato alla Costituzione nonostante gli sforzi fatti. L’articolo 13 vieta qualsiasi forma di violenza fisica o morale sulle persone private di libertà personale. Nel nostro Paese abbiamo per fortuna abolito la pena di morte ma in carcere si continua a morire per malasanità, per violenza degli altri detenuti e talvolta per la violenza di chi ha l’obbligo di garantire l’incolumità».

26 aprile 2016