Il racconto di Dianich su Gesù punta all’essenziale

La straordinaria vicenda cristiana colta negli snodi principali, dalla prima comparsa pubblica del Nazareno fino alla sua morte e alla risurrezione

«Niente di buono può venire da Nazareth»: era ciò che si usava dire nella Giudea di duemila e venti anni fa per definire quel piccolo paese da nulla, sperduto villaggio di povera gente, come Betlemme dov’era nato il figlio di Maria e Giuseppe, costretti a fuggire per cause di forza maggiore, esuli sradicati che non riuscirono a trovare nemmeno un alloggio degno di questo nome, rifugiati in una grotta, addirittura nella stalla degli animali, dove appunto vide la luce il bambino subito accolto e venerato prima dai pastori, poi dai Re Magi. Siamo soltanto a pagina tredici di “Gesù. Un racconto per chi non ne sa nulla… o ha dimenticato” (pp. 111, Edizioni San Paolo, 15 euro), scritto da Severino Dianich (nella foto), nato a Fiume da genitori di lingua istrorumena, e immediatamente percepiamo il particolare valore di questo volumetto capace di rinnovare il racconto evangelico senza banalizzarlo.

Operazione non facile, quella di passare indenne attraverso il doppio cerchio di fuoco dell’erudizione filologica fine a se stessa e della semplificazione riduttiva. Si ha la sensazione che l’autore, sacerdote di 86 anni, uno dei più importanti teologi italiani, abbia risposto alla necessità di riprendere, in un gesto solenne di grande intensità spirituale, i contenuti sui quali ha trascorso l’esistenza, per metterceli, ancora una volta, davanti agli occhi, alla maniera di un’evidenza improcastinabile. Tale coscienza ultimativa deve averlo spinto a sforbiciare l’inessenziale, dando al suo stile una freschezza immediata, utile non solo al catechista, anche al lettore comune: il novizio e il più coltivato. Ne deriva un sunto magistrale della straordinaria vicenda cristiana, colta negli snodi principali, dalla prima comparsa pubblica del Nazareno fino alla morte e alla risurrezione. Senza dimenticare le persecuzioni degli apostoli e la decapitazione di san Paolo alle Tre Fontane.

A rendere pregevole il libro sono le frequenti note geografiche che danno forza e vivacità alla narrazione. Collocare gli eventi in uno spazio geografico aiuta a seguire l’evolversi della storia: «A Cafarnao, sulla sponda settentrionale del lago, Gesù aveva trovato una casa ben disposta ad accoglierlo, ogni volta che desiderasse ritornarvi. Il borgo era diventato così la sua città». Alla fine tutta la storia del grande maestro si svolse in un ambito ristretto: «Andava di villaggio in villaggio nella sua terra, ma non era un grande viaggiatore». Apprezzabile la sintesi narrativa dei concetti chiave: «Non gli interessava l’osservanza dei precetti ma la conversione dei cuori». Interessante l’accento posto sull’amicizia come propulsione delle scelte radicali dei discepoli: «Quella loro fede, che li aveva spinti a lasciare le famiglie, il lavoro, le loro reti e le barche, per seguirlo, sta all’origine del cristianesimo». Belli certi spunti: «L’ammirazione della gente cresceva sempre di più, ma a lui non piacevano gli applausi».

Perfino le sentenze che potrebbero sembrare scontate, acquistano nuova visibilità: «Non sono le malattie, né i disastri della natura il vero male. La radice del male sta nel cuore dell’uomo». Di questo prezioso distillato ognuno può portarsi a casa ciò che meglio crede. Io mi limito a sottolineare l’amara solitudine degli ultimi giorni di Gesù: «A piangere per lui c’era solo sua madre, Maria, con alcune donne, e di tutti gli amici c’era solo l’apostolo Giovanni».

8 giugno 2020