Il tempo dell’innamoramento, “epifanica trasfigurazione”

Ritratti semiseri dedicati agli adolescenti e all’esplosione disordinata (e meravigliosa) di vita che sanno essere i ragazzi e le ragazze a quell’età. Anche a scuola

In genere capita così. Metti un Marco (o un Tommaso qualunque), metti sedici-diciassette anni, rendimento scolastico indifferente. Tale Marco (o Tommaso qualunque) fino al giorno prima è venuto a scuola sempre in tuta societaria, scarpacce di quello o quell’altro marchio ma ineccepibilmente puzzolenti, di un fetore tremendo, avvertibile al solo avvicinarsi, sguardo perso sul telefono alle prese con il villaggio attaccato su Clash of clans tra un cambio e l’altro dell’ora, ricreazione impiegata tra pizzette e voti berciati con l’amico sulla prestazione superba del Quaglia (Quagliarella) al Fanta (Fantacalcio).

Ecco, metti un soggetto di tale foggia, prima o poi, presto o tardi, il docente assisterà al giorno della epifanica trasfigurazione: il Marco (o Tommaso qualunque) si presenterà in classe improvvisamente pulito, addirittura profumato, con il taglio dei capelli impeccabile a sostituire l’untissimo e tremebondo cespuglio precedente, lo sguardo trasognato e fisso alla finestra, dimenticato il villaggio assediato, rimossa l’ennesima doppietta della propria punta, un solo e (mica tanto) segretissimo pensiero all’unica chat divenuta improvvisamente «termine fisso d’etterno consiglio»: quella con lei. «Oh prof, ha visto Marco (o Tommaso)? «Sta’ in botta, è ‘nnamorato». «L’avevo capito, tranquillo, l’avevo capito», certifico, trattenendo la risata.

In genere capita così. Metti una Marta (o una Silvia qualunque), metti sedici-diciassette anni? No, meno, meno. A sedici-diciassette anni o già sono fidanzate da tempo o se accade non c’è la deflagrazione cosmica subita dal Marco (o dal Tommaso qualunque) di cui sopra. Forse occorrerebbe scendere in giù di almeno due-tre anni. Ecco, allora mettiamo una Marta (o una Silvia qualunque) di quattordici-quindici anni, primo o secondo anno dunque. Tale Marta (o Silvia qualunque) fino al giorno prima ai cambi dell’ora ha saltellato da un gruppetto all’altro, s’è fatta maratone per i corridoi della scuola con particolare riguardo ai piani del triennio, ha consolato, rintuzzato, riferito, origliato, sentenziato all’amica dell’amica il comportamento dell’amica nella storia postata in riferimento alla controstoria riferitale dall’amica nel 546782esimo messaggio ricevuto sulla chat di WhatsApp.

Ecco, metti un soggetto di tale foggia. Prima o poi, presto o tardi, il docente assisterà al giorno della epifanica trasfigurazione: la Marta (o Silvia qualunque) si ritroverà improvvisamente o in classe seduta calma e pacata al suo posto (nel caso di un lui esterno alla scuola), il brick del tè in un mano e il telefono nell’altra, a sussurrare sorrisi, segreti e crucci alla compagna fidata e confidente o (nel caso di un lui interno alla scuola) improvvisamente sparita dal via vai ricreazionale per i corridoi perché assegnata in pianta stabile a un angolo dell’istituto, dove si scambierà sogni e bacetti perenni, un po’ imbarazzata e un po’ orgogliosa di presentarsi al tempio del proprio tempo (la scuola) in tale ammirabile condizione.

In genere capita anche così, ma in verità e nella realtà in milioni di altri modi, tutti di certo meno scemi dei due quadretti un po’ macchiette un po’ reali appena scimmiottati. Perché poi a scuola noi adulti, sì, li vediamo spesso e volentieri anche innamorarsi, e il sorriderci sopra è in fondo il tenersi a giusta e pudica distanza da quell’esplosione disordinata (e meravigliosa) di vita che sanno essere i ragazzi e le ragazze a quell’età.

30 aprile 2019