“La maturità del 1953”, il “fuoco” interiore di Johnson

La prima opera di Uwe Johnson è l’annuncio di uno scrittore che mette in scena la sua sfiducia nei confronti del genere romanzesco

La prima opera di Uwe Johnson è l’annuncio di uno scrittore che mette in scena la sua  sfiducia nei confronti del genere romanzesco

La maturità del 1953 è il primo romanzo di Uwe Johnson (1934-1984), uno dei più grandi scrittori del secondo Novecento, uscito postumo un anno dopo la sua morte, ma soltanto ora tradotto in lingua italiana da Fabrizio Cambi per l’editore Keller (pp. 302, 16,50 euro). Si tratta di un testo a suo modo mitico della letteratura tedesca del secondo dopoguerra, nel quale per la prima volta la Germania divisa sembrava aver trovato uno specchio degno della massima considerazione. Lo sguardo narrativo si concentra su due personaggi principali: Klaus e Ingrid, giovani studenti alle prese con l’ultimo anno di istituto superiore, prima dell’esame conclusivo.

Siamo nel Liceo Gustav Adolf, in una cittadina del Meclemburgo, in piena Ddr, fra l’incudine delle direttive di partito, che vietano qualsiasi espressione di libertà soprattutto religiosa, e il martello della routine scolastica, capace di annientare ogni possibile risoluzione creativa. Lo stile di Johnson azzera ogni accensione fantastica, limitandosi a riportare, in lunghi brani descrittivi e minuziose cronache quotidiane, la crescente inquietudine dei giovani che sono quasi stregati e annichiliti dal grigiore circostante, non solo della scuola che frequentano, anche delle assemblee cui sono chiamati a partecipare e persino dai contesti familiari in cui vivono.

Lunghi capitoli sono intervallati da brevi corsivi collocati nel futuro, quando Klaus e Ingrid avranno finalmente raggiunto la Repubblica Federale. Stiamo parlando di un tempo in cui il Muro di Berlino non era stato ancora edificato ma le condizioni che lo renderanno necessario parevano già attive, vista la contrapposizione radicale di due opposte, inconciliabili visioni del mondo. Tuttavia la profonda afasia che si respira in questa prima opera di Johnson, in molti sensi ancora in piena formazione, proprio come la personalità dei due protagonisti, sembra trasferire su un piano universale la problematica politica specifica: prima ancora della Germania divisa, lo scrittore allude alla impossibile definizione dell’identità personale.

La vera maturità, che i due studenti peraltro non conseguiranno, sarebbe quindi una convenzione sociale. La cosiddetta verità un semplice modo per stare insieme. La libertà un’idea dell’uomo. Perfino il paesaggio lacustre, dove Klaus e Ingrid compiono i loro giri in barca, è un testimone muto da cui non si ricava nessuna emozione. Sarà questo il fuoco interiore che darà vita ai capolavori degli anni successivi: da Congetture su Jakob (1959) a Il terzo libro su Achim (1961), da Due punti di vista (1965) fino alla notevole tetralogia, Anniversari (1970-83). Considerato in tale prospettiva, il testo d’esordio, pur senza mostrare la complessa struttura che avranno le opere appena citate, è l’annuncio di uno scrittore che, sin dall’inizio, mette in scena la sua profonda sfiducia nei confronti del genere romanzesco.

 

24 marzo 2015