Le comunicazioni sociali e la sfida del cambiamento
A 20 anni dal Direttorio elaborato dalla Cei, una giornata di studio alla Lateranense. Corrado: «Punto di riferimento ma bisogna tenere conto dei mutamenti»
«Una riflessione costante, mai finita in cui dobbiamo trovare un “di più” che permetta di comunicare “di più” e il “di più” del Vangelo». Così il vescovo Claudio Giuliodori, assistente generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha introdotto la giornata di studio sui vent’anni del documento “Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa” che si è svolto ieri, 28 novembre, alla Pontificia Università Lateranense. Giuliodori fu tra i protagonisti dell’elaborazione di questo documento in quanto diresse l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali dal 1998 al 2007.
Ad aprire la giornata, moderata dal decano della facoltà di Comunicazione sociale istituzionale dell’Università della Santa Croce, Daniel Arasa, è stato il segretario generale della Cei, l’arcivescovo Giuseppe Baturi. Le radici del Direttorio, ha ricordato il presule, risalgono al Convegno di Palermo del 1995, quando Giovanni Paolo II ha esortato a passare «da una pastorale di conservazione ad una pastorale di rinnovamento e missionaria, di cui le due ali erano da una parte la carità e dall’altra la cultura, e quindi la comunicazione. Per la Chiesa italiana – ha ricordato Baturi – la comunicazione non si riduce mai all’informazione né alla comunicazione di massa: è finalizzata alla trasmissione della fede e a uno sguardo sulle cose, le persone, gli eventi che richiede un’attenzione particolare al destinatario». «In un momento storico di polarizzazioni e contrapposizioni, la sfida della comunicazione non riguarda solo gli operatori del settore, ma è una responsabilità di tutti».
Il Direttorio fu elaborato da esperti nominati dalla Segreteria generale della Conferenza dei vescovi e coordinati dall’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali. Duplice l’obiettivo: alimentare in chiave pastorale una vera e propria coscienza comunicativa ecclesiale e fornire strumenti operativi alle diocesi in grado di favorire la trasmissione del messaggio evangelico. Secondo Giuliodori, «i social hanno cambiato il modo di relazionarsi e di vivere i processi comunicativi, e i giovani, che sono nativi digitali, fanno spesso fatica a relazionarsi con il vissuto della Chiesa». Tra gli elementi di attualità del Direttorio, di cui Giuliodori ha ripercorso la genesi, «la necessità di integrare i processi pastorali con i media» e la figura degli animatori della comunicazione e della cultura, di cui ha messo in luce l’attualità anche Alfonso V. Amarante, rettore della Pontificia Università Lateranense, nel suo saluto in apertura dei lavori.
Vent’anni dopo il mondo della comunicazione così come la società sono cambiati enormemente. Cosa si può tenere di quella riflessione che la Chiesa italiana ha fatto e che è stata ripresa da altre Conferenze episcopali, specialmente nel mondo ispanofono? Risponde Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana: «Il tema della responsabilità, di chi comunica, così come dei fruitori, anche se ormai sono sempre di meno perché tutti sono produttori di comunicazione, tutti producono comunicazione, tutti fanno comunicazione e in questo senso è sempre più importante avere una formazione adeguata». Per Corrado, «il Direttorio, come tutti i documenti pubblicati dalla Conferenza episcopale sul tema della comunicazione, rappresenta un punto di riferimento. Chiaramente bisogna tener conto del contesto mutato a livello sociale, a livello politico e soprattutto a livello comunicativo».
Ne sottolinea l’obiettivo pastorale Massimiliano Padula, docente all’Istituto Redemptor hominis della Lateranense. «Esso – spiega – riflette una dimensione dell’agire della Chiesa che quindi incarna la dimensione comunicativa all’interno delle dinamiche ecclesiali. Nello stesso tempo sviluppa una sensibilità comunicativa a 360 gradi – lo vediamo dai suoi molteplici frutti, tra cui la promozione dei media locali e nazionali – ma nello stesso tempo anche l’investimento sulla formazione. In particolare vorrei dire che uno dei frutti più significativi del Direttorio è l’aver tracciato il profilo dell’animatore della cultura e della comunicazione, una vera e propria ministerialità che si pone accanto a quelle tradizionali come il liturgista».
Guardando alla crisi della comunicazione Fabio Pasqualetti, decano della facoltà di Scienze della comunicazione della Pontificia Università Salesiana, traccia la rotta per il futuro: «Bisogna ritornare a Gesù e a quelle intuizioni nodali e di svolte, rivoluzionarie, tipo il suo sabato a servizio dell’uomo e non l’uomo a servizio del sabato. E questo va messo in dialogo con i tabù di oggi: economia, tecnologia, finanza». Ancora, prosegue, bisogna fare chiarezza sul «nostro modo di operare nei confronti degli altri: o noi davvero teniamo in considerazione gli altri o regolarmente li calpestiamo. La stessa comunicazione può essere un modo di calpestare. I social ad esempio sfortunatamente hanno sviluppato una comunicazione assolutamente autoreferenziale, dove la prima cosa che fa è parlare di sé». L’invito è invece ad «ascoltare il mondo, guardarsi attorno. Da questo punto di vista – è la conclusione di Pasqualetti – credo che ci sia bisogno di un cambio necessario».
Una sottolineatura sui discorsi di odio arriva da monsignor Paolo Asolan, preside dell’Istituto Pastorale Redemptor Hominis, per il quale «siamo in presenza di un’assenza di riferimenti comuni che rendono equivoci i linguaggi», fino ad arrivare agli “hate speeches”, i discorsi di odio che «si moltiplicano con la moltiplicazione dei mezzi». Tra i criteri da tener conto, «il rapporto tra la comunicazione cristiana e il mondo dei media, fatto di opportunità ma anche di rischi, come la modifica dei mezzi di apprendimento o dei processi di identificazione dei valori per cui vale la pena di vivere». Per Asolan l’avvento del digitale e dell’intelligenza artificiale «è una svolta che moltiplica a dismisura le distorsioni». La comunicazione resta un «tema apertissimo su cui la comunità cristiana è chiamata a fare più di quello che è stato fatto finora perché l’azione ecclesiale è strutturalmente un processo di relazione, e incide su tutte le attività pastorali».
Mauro Ungaro, presidente della Fisc, ha sottolineato «la necessità di un adeguamento del Direttorio per essere compagno di viaggio all’uomo del nostro tempo. Il nodo digitale è fondamentale per analizzare l’identità dell’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali», ha detto Ungaro riferendosi alla direzione del flusso di notizie con cui l’Ucs deve confrontarsi, «in una realtà come quella diocesana che assume in tutta Italia dimensioni sempre più aziendali. Il flusso comunicativo, 20 anni fa, era quasi esclusivamente in uscita dall’Ucs», l’analisi di Ungaro: «Il ruolo preponderante per Ucs era informare sulla vita della chiesa locale ad extra e ad intra, e in questo modo l’Ucs diventava solo la parte finale di un processo a cui è completamente estraneo». Oggi, invece, «la situazione è mutata, non per nostra volontà ma perché ci è stato imposto dall’esterno: la voce locale risuona con infinità di voci, pensiamo soltanto a tutti i siti e le pagine parrocchiali che si aggiungono ai siti personali dei parroci, ai siti di sacerdoti, religiosi e religiose, consacrati e consacrate, seminaristi, gruppi ecclesiali». «Per lungo tempo, abbiamo dato per scontato che qualunque informazione della Chiesa sarebbe stata accettata», la denuncia del presidente della Fisc: «oggi basta uno scandalo o una notizia negativa per minare la credibilità della Chiesa». Di qui la centralità della formazione dei comunicatori, per supplire alla «carenza teologica e pastorale di chi si occupa di comunicazione».
29 novembre 2024

